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Matt Berninger e i The National all’Auditorium

the-national.jpgL’estate romana dei concerti è sempre più nel segno dell’Auditorium. La cittadella romana della musica entra infatti per l’ennesima volta nelle nostre cronache per segnalare l’esibizione, domenica 30 giugno, di una delle band maggiormente di punta nel panorama rock odierno. Stiamo parlando dei The National, cult band americana di Cincinnati, Ohio, capace come poche di raccogliere la pesante eredità del folk-rock americano facendo da apripista a quello che oggi si sta rivelando come un vero e proprio revival in piena regola.

Il supergruppo di Matt Berninger si esibirà nell’ambito della rassegna “Luglio suona bene 2013” all’interno della splendida cornice della Cavea, location ideale per chi come loro è solito prestare grande attenzione alla resa sonora delle proprie esibizioni senza per questo tralasciare la cura delle luci e delle scenografie, scarne sì ma pur sempre ricercate e senza mai disdegnare qualche lieve concessione alla multimedialità, come del resto fanno oggi quasi tutti gli artisti che possano attingere a una tasca mediamente “profonda”.

I National, band americana fino al midollo ma capace di farsi amare ad ogni latitudine, hanno avuto il grande merito di battere con ardimento sentieri che fino a dieci anni fa non in molti si azzardavano a percorrere, collocandosi di diritto sulla scia di band come R.E.M., Jayhawks, Uncle Tupelo, Wilco, Calexico, che tra gli anni ottanta e novanta sono state capaci rinverdire i fasti di una tradizione folk-rock a stelle e strisce in chiave moderna seppur rispettosa del proprio passato.

I primi due album – The National e Sad Songs For Dirty Lovers – sono altrettanti splendidi esempi di un song-writing di assoluto livello, ma è nel 2005 che la band “fa il botto” grazie ad Alligator, il capolavoro che li fa assurgere alla fama mondiale pur continuando a riscuotere i favori di certi ambienti indie più puri e meno avvezzi alle logiche commerciali.

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Ma la band non si ferma qui e nel 2007 dà alle stampe Boxer, ennesima conferma per un marchio oramai divenuto un classico. Anche questo lavoro viene accolto calorosamente sia dalla critica che dal pubblico e funge da testa di ponte per aprire alla band le porte della definitiva consacrazione anche al di qua dell’Atlantico. E’ dello stesso anno, tra le altre cose, il primo, memorabile concerto della band sul suolo italiano, al Musicdrome di Milano.

Nel 2010, infine, esce quello che è tuttora il loro ultimo disco, High Violet, meno ispirato dei precedenti ma pur sempre infarcito da alcune gemme di alta scuola cantautorale.

Dal vivo i National sono una esperienza assai coinvolgente. L’aria da crooner navigato che contraddistingue lo stile di Berninger, sempre affabile e sorridente nonché pienamente a proprio agio sulle note basse che compongono gran parte delle linee melodiche, si amalgama alla perfezione con il sound pieno e avvolgente della band, imperniato su una sezione ritmica d’assalto e tecnicamente ineccepibile guidata dal batterista Brian Devendorf, attorno al quale tutto ruota come un ingranaggio puntuale e perfettamente oliato e il cui stile è funzionale alle melodie senza lasciare spazio a virtuosismi gratuiti e ridondanti che pure rientrerebbero appieno nelle sue corde.

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Ma il fulcro principale del complesso rimane senz’altro il chitarrista e polistrumentista Aaron Dessner, talento sopraffino dalle enormi qualità che gode di grandissima considerazione presso una fitta schiera di colleghi e addetti ai lavori tanto da essere stato chiamato in più di un’occasione a collaborare su altri progetti nelle vesti ora di ospite ora di produttore, come nel caso delle ultime prove in studio di Sharon Van Etten e Local Natives.

Insomma, una band con ogni cosa al posto giusto ed oramai divenuta un punto di riferimento imprescindibile per gli appassionati, ma anche per i novizi del genere. Il consiglio è quindi di non perderveli perché i National, oggi, rappresentano l’essenza stessa di un suono sì universale ma che affonda decisamente le proprie radici sul suolo americano. E per un angolo d’America c’è sempre spazio in fondo al cuore.

Valerio Di Marco

riproduzione riservata – proprietà EdiWebRoma

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