Home ATTUALITÀ Sinead O’Connor all’Auditorium, niente può essere paragonato a lei…

Sinead O’Connor all’Auditorium, niente può essere paragonato a lei…

sinead120.jpgChi non ricorda quel viso angelico, innocente, candidamente celestiale che si stagliava sullo sfondo scuro dello schermo nero come il colore della pece. Chi non ricorda quella testa rasata a zero e quegli occhi verdi gonfi di speranza incastonati su quel viso implorante carico di espressività e sofferenza. E, soprattutto, chi non ricorda il suono etereo di quella voce dolce, sublime, che ci diceva Nothing Compares 2U, che niente poteva essere paragonato a noi. Ebbene sì, stiamo parlando proprio di Sinead O’Connor e di quello che con tutta probabilità è il brano (e videoclip) a cui deve quasi per intero la sua enorme popolarità.

Ne parliamo perché domenica 7 aprile è attesa a Roma, sul palco della sala Sinopoli dell’Auditorium Parco della Musica, per un concerto che si annuncia ricchissimo di significati e che oltre a presentare dal vivo il suo nuovo album, pubblicato a marzo del 2012 e intitolato How About I Be Me (And You Be You), ripercorrerà le tappe principali di una carriera scintillante, a partire proprio da quella celebre Nothing Compares 2U che fu scritta per lei nientemeno che da Prince.

Brano che però non rappresenta l’unico squillo di un’epopea quasi trentennale che ha avuto altri momenti di fulgore seppur inferiori ai picchi registrati a cavallo tra gli anni ottanta e novanta.

Una fama, quella della O’Connor, che raggiunse livelli ancor più elevati dopo il clamoroso gesto compiuto in diretta televisiva nel 1992, quando, per protestare contro la vicenda della pedofilia denunciata nei confronti di alcuni esponenti della Chiesa di Roma negli USA, strappò davanti alle telecamere la foto di Giovanni Paolo II definendolo “il vero nemico contro cui combattere”: un’immagine che fece il giro del mondo e per cui successivamente la stessa cantante chiese pubblicamente scusa, anche se la sua immagine ne era ormai uscita irrimediabilmente segnata.

Lei, nata nella cattolicissima Dublino e da sempre assurta agli onori delle cronache per i suoi atteggiamenti provocatori. Lei, affetta da depressione bipolare e più volte aspirante suicida.
Lei, che sul finire degli anni novanta decise di farsi suora e cambiare il nome in Bernadette Marie entrando nell’ordine cattolico Latin Tridentine, non riconosciuto dal Vaticano.

La parabola di Sinead O’Connor è stata costellata da momenti vissuti all’estremo, da tumulti, isterie, provocazioni, collera mal repressa, ma anche da lampi di grandissima classe artistica, con le sue doti canore sempre prepotentemente in primo piano.

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Una vita controcorrente che l’ha condotta attraverso percorsi tortuosi e talvolta drammatici.
Un passato tumultuoso, ma anche un orgoglio fiero nel rivendicare sempre e comunque le proprie posizioni vivendo sulla sua stessa pelle le spese dei propri convincimenti e non limitandosi a predicare come molti suoi colleghi illustri.

Ciò ha fatto sì che si parlasse di lei – forse anche troppo – per questioni extra-musicali che l’hanno resa un personaggio più che controverso nell’immaginario collettivo. Autodistruttiva ma romantica, iraconda ma sognante, riottosa ma fragile. Quante contraddizioni dietro quel viso da bambina.

Ma la musica è sempre stata il suo vettore preferito per esprimere i propri malesseri e le proprie tempeste interiori.

Sinead O’Connor è indubbiamente passata alla storia per il suo capolavoro del 1990 I Do Not Want What I Haven’t Got, pietra miliare del pop capace di unire in un solo disco verve da riot girl post-punk, combat-rock alla U2 di War, echi delle ballate celtiche in stile Clannad e vapori folk irlandesi d’annata.
Album fondamentale e nell’evoluzione della musica popolare irlandese e non solo. Ma anche The Lion And The Cobra, suo esordio sulla lunga distanza pubblicato nel 1988, è passato agli annali, così come Universal Mother, dato alle stampe nel 1994.

Da alcuni anni la O’Connor ha diradato le proprie apparizioni in pubblico anche se non ha mai smesso di fare musica.

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How About I Be Me (And You Be You), prodotto da John Reynolds e distribuito dall’etichetta inglese One Little Indian, è stato il suo nono lavoro in studio ed ha fatto registrare consensi pressochè unanimi.

Il tour europeo a supporto di questa sua ultima fatica discografica, intitolato The Crazy Baldhead, era iniziato ad aprile dello scorso anno ma venne interrotto a causa delle sue condizioni di salute per riprendere a novembre e presentarci l’artista irlandese in una veste completamente acustica accompagnata da una band di sei elementi.

E se l’incedere inesorabile degli anni è testimoniato dai lineamenti del viso solcati dalle rughe, dai capelli cortissimi striati di grigio e dalla stazza divenuta ormai considerevole, la voce è sempre quella di un tempo, con un timbro oramai leggendario, messaggero di una profonda interiorità spirituale e capace ancora di commuovere, esaltare, trafiggere e imbarazzare l’ascoltatore come solo i performer più navigati sanno fare.

Valerio Di Marco

riproduzione riservata – proprietà EdiWebRoma

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