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Bruce Springsteen, più avanti lungo la strada

bruce.jpg11 luglio 2013. Dopo l’ansia legata all’attesa per l’annuncio delle quattro date italiane e alla conseguente caccia al biglietto, per i fans romani (ma non solo) di Bruce Springsteen è iniziato il lungo conto alla rovescia verso lo show previsto all’Ippodromo delle Capannelle, un nuovo appuntamento con la magia, la potenza e la gloria della E Street Band in formazione più allargata e battagliera che mai.

Il tour di “Wrecking Ball”, partito lo scorso marzo dal leggendario Apollo Theatre di Harlem, è una macchina lanciata che non si ferma più e che garantisce nuove emozioni per buona parte del 2013. Chi scrive non ha dubbi: le promesse saranno mantenute, i cuori palpiteranno, il sudore e la gioia andranno di pari passo, le gambe e la schiena saranno messe a dura prova.

Classe 1949, talento e generosità da vendere, un’onesta intellettuale rarissima nel mondo dello show business, Bruce Springsteen è un leone indomabile, una forza della natura che spazza via la disillusione, l’inganno e l’amarezza.

Dopo quarant’anni di carriera, dopo centinaia e centinaia di concerti travolgenti e interminabili, dopo aver sfornato dischi che hanno fatto la storia della musica popolare, il piccolo grande uomo di Freehold, New Jersey, è sempre in forma strepitosa, un animale da palcoscenico dotato di una capacità unica di entrare in sintonia con il proprio pubblico: tre ore e mezza di show (che possono arrivare anche a quattro) ne sono la dimostrazione quasi esagerata, una sconcertante “pistola fumante” che continua a sorprendere.

Coadiuvato da una E Street Band orfana degli indimenticabili Danny Federici e Clarence Clemons, ma impreziosita da un gruppo di vocalists d’eccezione, oltre che da una sezione fiati di grande qualità, Bruce Springsteen offrirà un “rock and soul show” ricchissimo ed articolato, un concerto la cui spina dorsale è costituita dai brani di Wrecking Ball, il suo ultimo disco di inediti, la sua più recente narrazione sui tempi che corrono.

Ritratto lucido e talvolta spietato della dura realtà di tanti, pennellato di ombre e frustrazioni, ma sul finale riscaldato dal sole della speranza, “Wrecking Ball” è un album che parla un linguaggio antico e universale, è un’ulteriore dimostrazione di come la tradizione possa leggere efficacemente il presente, di come essa riesca a rinvendirsi e riconfigurarsi come una sorta di avanguardia sorprendente del pensiero moderno.
Così, i morti di “We Are Alive”, come ne “l’Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Masters, fanno sentire la propria voce, evidenziando che ciò che è avvenuto in passato torna a bussare alle porte del presente. Tragedie umane, la perdita del lavoro e la dissoluzione dei legami familiari e sociali: corsi e ricorsi storici, uno scatto in bianco e nero sul quale inizia, però, a colorarsi un arcobaleno.

Uno show di Springsteen è un viaggio all’interno di noi stessi, un’esplorazione del nostro legame con la collettività, una maratona fisicamente sfiancante, un circo selvaggio e innocente che propone merce genuina, come sogni, speranza e gioia di vivere. Bruce Springsteen e la E Street Band sono pronti a stupire, a cambiare scaletta di concerto in concerto, a proporre i brani che il pubblico richiede attraverso i mille cartelli portati allo show.

Per le ragioni che ho accennato prima e per motivazioni che attengono ad una sfera più intima e personale, i fans del boss, già naturalmente inclini ad una sana e talvolta irrisa serialità, non si accontentano di vedere uno o due concerti dello stesso tour, ma cercano spasmodicamente di ripetere l’esperienza più e più volte nell’arco di poche settimane, con il ferreo convincimento che l’esperienza successiva non sarà mai uguale alla precedente.

La sublime leggerezza, il “crowd surfing” e la coralità di “Hungry Heart”, la consapevolezza e l’abbraccio struggente di “The Promised Land”, l’energia straripante di “Badlands”, l’intensità e le promesse di “Prove It All Night” (spesso impreziosita dall’intro del Darkness tour), il gran finale, con le luci tutte accese e le mani tutte alzate, con “Born in the USA”, “Dancing in the Dark” e “Born To Run”; l’omaggio, commosso e commovente, al sassofonista Clarence Clemons nel corso di “Tenth Avenue”: durante il concerto, fatto di queste e di tantissime altre canzoni, scorre la storia musicale e umana del boss e del suo gruppo, si snoda un racconto emozionante che si nutre d’amicizia, amore e voglia di vivere.

Ecco cosa spinge i fans di Springsteen a fare i salti mortali per accaparrarsi il biglietto, a”sciropparsi” lunghi spostamenti in macchina, treno o aereo, a infliggersi attese interminabili davanti agli stadi o ai palasport.
Asbury Park come Berlino, New York come Roma: questa musica è un esplosivo canale di comunicazione che mette in relazione persone diverse, è una scintilla vitale che connette i cuori della gente, è un messaggio che accomuna gli estranei, ricordando loro che, sia pure in posti differenti, stanno vivendo la stessa vita.

Per questo nuovo appuntamento con la magia, per questo nuovo capitolo del romanzo della nostra vita, ci vediamo, ancora una volta, più avanti lungo la strada.

Giovanni Berti

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