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La notte dell’Auditorium appartiene a Patti Smith

smith-small.jpgGrande e meritato successo, la sera di venerdì 20 luglio presso la cavea dell’Auditorium Parco della Musica, per l’ispirato concerto che Patti Smith ha tenuto insieme alla sua band. Nelle quasi due ore di un’esibizione intensa ed emozionante, la poetessa e cantautrice americana ha stregato gli spettatori con la sua voce magica ed evocativa, presentando il nuovo album “Banga” e regalando capolavori assoluti del proprio repertorio come “Because the Night” e “People Have the Power”.

Sono le 21.10 di venerdì 20 luglio quando, in una cavea strapiena alla quale l’anticiclone Virgilio reca in dono una gradita tregua serale, si spengono le luci ed entrano i quattro componenti della band, seguiti immediatamente da una Patti Smith come al solito sorridente, antidiva e rilassata.

“Hello everybody, glad to be back!”, dice la rockeuse al microfono prima che inizi “Redondo Beach”, lo splendido, ipnotico, reggae che, composto già nel 1971 e poi incluso nell’album d’esordio “Horses” (1975), parla del suicidio di una ragazza innamorata di un’altra ragazza.

Il pezzo d’apertura è seguito da un altro classico che strappa applausi convinti: “Dancing Barefoot” (”Wave”, 1979), vellutata e suadente come una tiepida serata di primavera, mette in risalto la chitarra di Lenny Kaye, l’amico di sempre che già nei primi anni settanta con il suo strumento d’elezione accompagnava Patti nei suoi reading poetici.

“Roma”, scandisce la Smith al microfono con un sorriso grazioso, prima di mostrare il suo compiacimento per il fatto che esistono ancora i vinili (alle spalle del palco c’è lo shop con i cd, le magliette e i dischi della cantautrice americana, ndr) e di sottolineare che, invece, “a New York non c’è più un negozio di dischi”, per poi schernirsi concludendo: “del resto è anche vero che io mi eccito facilmente!”.

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Dopo questa parentesi, Patti torna seria e concentrata per introdurre “una piccola canzone in memoria di Amy Winehouse”, della quale il prossimo 23 luglio ricorrerà il primo anniversario della morte. In realtà non si tratta di “una piccola canzone”: “This Is the Girl”, il primo pezzo del nuovo album “Banga” che viene eseguito nel concerto romano, è una ballata delicata e struggente che commuove tutti.
Dopo aver fatto il pieno di applausi, l’artista americana propone altri due brani estratti dall’ultima fatica discografica: “April Fool”, il singolo che ricorda il primo aprile e il compleanno di Gogol, e “Fuji-san”, il sentito omaggio al Giappone e alle vittime del catastrofico terremoto che lo ha devastato lo scorso anno.

Le tastiere di Tony Shanahan e la chitarra di Kaye regalano una soave introduzione, un tappeto sonoro che gentilmente accoglie la voce straziata e dolente di Patti Smith: è il momento di “Free Money” (”Horses”, 1975), che va sempre più in crescendo man mano che si avvicina alla sua conclusione. Si scatena l’inferno, applausi, applausi, applausi!

“La prossima canzone è tratta da Radio Ethiopia (1976, ndr), non la facciamo molto spesso, ma questa sembra la notte giusta per proporla”, dice la cantante. E ha ragione: la bellissima “Distant Fingers”, una perla a metà strada tra un reggae e una ballata rock degli anni sessanta, regala energia, voglia di vivere e vibrazioni positive.

Imbracciata la chitarra acustica, la Smith canta (racconta, recita, evoca) una favola leggera dedicata a Roma e all’Italia: ne è protagonista un elefante bianco che, scolpito su di un monumento, piange per le sventure dell’umanità, apprestandosi a tornare giovane (”come un unicorno senza corno”) grazie all’imminente restauro. La narrazione in note precede un’onirica e notturna “My Blakean Year” (”Trampin’”, 2004).

“Beneath the Southern Cross”, la splendida ballata tratta da “Gone Again” (1996) che si fa via via sempre più incalzante, stende il pubblico festante della cavea, prima che la Smith, subito circondata da un nugolo di fans che le stringono la mano e la fotografano, si sieda a bordo palco per ascoltare il trascinante medley nel quale si scatena la sua band.

Protagonista di questa sezione dello show è ancora una volta l’eccellente Lenny Kaye che, oltre a suonare egregiamente la chitarra, si alterna al microfono con Shanahan e Jack Petruzzelli (chitarra ritmica). Il gruppo propone, senza soluzione di continuità,”Night Time”, il garage rock dei Blue Magoos “(We ain’t Got) Nothin’ Yet”, il punk rock degli Heartbreakers “Born To Lose” e la trascinante “Pushin’ Too Hard” dei Seeds.
Grande selezione, davvero, e applausi strameritati anche per il puntuale e “storico” batterista Jay Dee Daugherty.

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E’ ancora tempo di omaggi e di nostalgia: “Maria”, quarto pezzo di “Banga” proposto in cavea, è un accorato ricordo della sua amica Maria Schneider, l’attrice di Bertolucci e Antonioni scomparsa lo scorso anno.Sembra incredibile a dirsi, se consideriamo i pezzi fin qui eseguiti, ma il meglio deve ancora venire!

Infatti, “Pissing in a River” (”Radio Ethiopia”, 1976) è incomparabile per la sua intensità, mentre il brano successivo, introdotto ironicamente con la frase “ed ora un po’ di musica tradizionale italiana”, è immenso, coinvolgente, memorabile. Si tratta di “Because the Night” (”Easter”, 1978), ovviamente, frutto prelibato del connubio con Bruce Springsteen (sempre sia lodato!). Vengono le lacrime agli occhi, in senso letterale. E’ un momento magico, fantastico.

Dopo il “saluto e il ringraziamento agli amici di Emergency” arriva una “Peaceable Kingdom” (”Trampin’, 2004) che tiene fede al suo nome, dato che trasmette una magnifica sensazione di pace interiore, e che precede il breve ed intensissimo reading della parte più significativa dell’inno “People Have the Power”, che viene recitato in modo tanto efficace quanto toccante.

I colpi da ko non sono affatto finiti: “Gloria” è un monumento, una magnifica cover di Van Morrison e dei suoi Them, che dimostra ancora una volta come la Smith possegga la capacità e il talento di rielaborare e di far proprie le canzoni altrui, offrendo loro un’identità inedita e “vestendole” con la sensibilità spiccata della sua anima. Esplosioni di voce e suoni, parole scandite, graffi, rabbia, poesia.

Alle 22.40 il pubblico della cavea è tutto in piedi a spellarsi le mani per il regalo che Patti Smith ha fatto alla nostra città: gruppo ed artista scompaiono un paio di minuti per poi tornare, accolti da un boato. Comincia il rituale dei bis.
“A cappella” arriva una delicatissima “Wave”, la gemma dell’omonimo album che è dedicata a Giovanni Paolo I, il papa del sorriso morto dopo il suo pontificato di soli trentatrè giorni.
Segue “Banga”, la title-track dell’ultimo disco che prende in prestito il nome del cane di Ponzio Pilato ne “Il Maestro e Margherita” di Bulkakov e che si profila come un caloroso incitamento a lottare contro le ingiustizie.

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Bellissima e toccante quando viene recitata, inebriante quando viene cantata a voce piena: “Peopole Have The Power”, un poderoso inno alla democrazia – pugni alzati, occhi lucidi e urla levate verso il cielo – conclude alle 22.55 uno show magnifico ed indimenticabile che ci ha commosso e consegnato ancora una volta una persona eccezionale, un’artista unica.

Alla fine del concerto Virgilio (il poeta), scalzando Virgilio (l’anticiclone), ha voluto chiosare: et quacumque viam dederit fortuna sequamur. E sì, perché Patti Smith si è sempre diretta, con coraggio e determinazione, laddove la sorte le ha indicato la propria via.
Nessuna ritirata, nessuna resa: chapeau!

La carriera

Nata a Chicago quasi 66 anni fa, universalmente nota come la sacerdotessa del rock, donna impegnata dall’animo sensibile e indipendente, Patti Smith, al secolo Patricia Lee Smith, dopo aver girovagato a lungo nei locali con le letture delle sue poesie, inizia la carriera discografica verso la metà degli anni settanta.

I suoi esordi sono segnati dalla marcata influenza di Bob Dylan e Van Morrison, il suo proto-punk o punk-rock si abbevera avidamente alla fonte dei tardi anni sessanta, le sue prime produzioni attingono con originalità alla magica alchimia fra rock e poesia creata da colossi del calibro di Jimi Hendrix, John Lennon, Neil Young e Jim Morrison.

Quattro album eccezionali in cinque anni – tra il 1975 e il 1979 escono “Horses”, “Radio Ethiopia”, “Easter” e “Wave” – la consacrano nell’Olimpo della musica popolare, dimostrando ancora una volta in modo netto ed indiscutibile la teoria per la quale colui (o colei, in questo caso) che innova è sempre un attento e rispettoso custode della tradizione.

Nel 1979, dopo il tour seguito all’uscita di “Wave”, Patti Smith si ritira dalle scene per sposare il chitarrista degli MC5 Fred “Sonic” Smith, cui è dedicato il brano “Frederick” e dal quale ha due figli: Jackson (nato nel 1981) e Jessica (1987).

Per un nuovo album bisogna, quindi, aspettare ben nove anni: nel 1988 la cantautrice sforna l’ottimo “Dream of Life” e la musica sembra tornata una priorità nella sua vita.
Tuttavia, il caso si mette di traverso (e di brutto), riservando all’artista una drammatica sequela di lutti che la costringono di nuovo al silenzio: in poco tempo muoiono, infatti, il fidato pianista Richard Sohl, l’amico fotografo Robert Mapplethorpe, il fratello Tod e il marito Fred.

Spirito sensibile, tenace e combattivo, Patti soffre a lungo e profondamente, ma si rimette in piedi. Torna anche in sala d’incisione e nel 1996 arriva “Gone Again”, l’album della rinascita che è completamente dedicato all’amatissimo marito scomparso. L’artista, spronata anche dal supporto di un nutrito gruppo di stelle del rock che le devono molto (gli U2, un esempio fra tutti), torna in pista e si riprende il posto che le spetta.

Dopo “Gone Again” e prima di “Banga”, uscito il mese scorso, Patti Smith produce altri quattro album, fra i quali ci piace citare l’eccellente “Twelve” (2007), un disco imperdibile contenente dodici splendide cover di pezzi strabilianti come “Gimme Shelter” degli Stones, “Helpless” di Neil Young e “Smell Like Teen Spirit” dei Nirvana.

Giovanni Berti
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