Home ATTUALITÀ Andreotti a Tor di Quinto… sullo schermo del Ciak Village

Andreotti a Tor di Quinto… sullo schermo del Ciak Village

andreotti.jpgUna lunga intervista a Giulio Andreotti, figura ieratica, controversa e quasi leggendaria che ha attraversato da protagonista assoluto oltre cinquant’anni di vita politica italiana. Per questo la presentazione di “Andreotti – il prezzo del potere” lunedì 9 luglio presso i locali del centro culturale Ciak Village a Tor di Quinto è stata un’occasione da non perdere per fare i conti con la nostra storia recente.

Il centro Ciak Village è un grande mausoleo del cinema, dove si respira, tra fotografie, autografi e oggetti di scena, la passione per la settima arte della sua direttrice, la regista Donatella Baglivo, che ha fatto della promozione del cinema, in particolare quello italiano, una vocazione.

Ma per una volta l’attenzione non è stata focalizzata su un regista, un attore o un’altra maestranza da set cinematografico, bensì su un uomo politico che allo spettacolo ha dato, volontariamente o meno, tanto. Di proposito Giulio Andreotti ha fatto una legge per il cinema italiano che obbligava i produttori stranieri a investire nel nostro paese i ricavati dei film realizzati in Italia.
E di sicuro ha dato un contributo fondamentale allo sviluppo di questa industria.

Ma forse non aveva previsto gli effetti che la sue personalità (“indecifrabile, come una sfinge piena di segreti” lo definì Montanelli) unita a una presenza fisica da personaggio romanzesco (neanche a farlo apposta è un grande appassionato di libri gialli) avrebbe avuto nello stesso ambito: film, varietà, imitazioni di ogni genere, non c’è politico italiano che abbia avuto un’influenza nello spettacolo come Giulio Andreotti.

“Si è mai risentito per certe imitazioni?” gli chiede a un certo punto la regista. Cinica, e quindi tipicamente andreottiana la risposta: “se ti imitano ti fanno pubblicità, e questo a un politico non può che far bene” (anche se a proposito del film “Il Divo” perse forse per l’unica volta il suo leggendario aplomb sbottando, dicono le cronache, in un “è una carognata”, salvo poi correggersi in successive dichiarazioni).

La presentazione del film rientra nella retrospettiva Festival dei cinema del ‘900 dedicata ai grandi del cinema italiano. Pur non essendo un personaggio cinematografico tout-court la vita di Andreotti supererebbe l’immaginazione di ogni sceneggiatore.

Non si contano infatti i misteri italiani in cui è stato tirato in ballo il suo nome: dalla massoneria deviata (lo scandalo P2) all’omicidio del giornalista Mino Pecorelli (che stava per uscire con un pezzo su Andreotti dal titolo “Gli assegni del Presidente”) fino ai legami con la mafia e al famoso bacio a Totò Riina. Da queste e altre accuse Andreotti è stato sempre assolto qualora la questione sia finita in tribunale. Insomma per la giustizia italiana il senatore a vita non ha commesso questi reati.
C’è solo (si far per dire) una prescrizione relativa al “reato di partecipazione all’associazione per delinquere” cioè Cosa Nostra. Almeno fino al 1980.

“Dopo Tangentopoli e la persecuzione di quasi tutti i politici della vecchia guardia la Democrazia Cristiana fu quasi annientata. Siccome non riuscirono a incastrarmi con l’accusa di aver intascato tangenti inventarono questi processi per fare fuori anche me. Forse volevano togliersi dalle scatole un politico che stava sulla scena da sessant’anni.”

La serata, nonostante la scarsa affluenza, è stata nondimeno preziosa per capire il paese che ci siamo lasciati alle spalle.

Come non ricordare, tramite l’Andreotti presidente della Commissione Censura negli anni ’40-‘50, il bigottismo dell’Italia di allora, che attaccò il Neorealismo colpevole di rappresentare “un paese di ladri di biciclette e pensionati morti di fame invece di Don Bosco e Forlanini”?. “Forse non avrei dovuto dirlo” ricorda oggi il senatore a vita.

Eppure in campo cinematografico la sua presa di posizione fu netta. Non seppe apprezzare Vittorio De Sica ma fu un grande amico di Alberto Sordi “perché non si era assoggettato ai cinematografari comunisti e non si faceva problemi a mandare qualcuno a farsi benedire”. Insomma possiamo dire senza tema di essere smentiti che l’Andreotti critico non era proprio all’altezza dell’Andreotti uomo politico. Ed è forse un bene che successivamente il suo impegno si sia diretto in quest’ultima direzione.

Ma perché un documentario su Andreotti? “Sono partita dall’Andreotti censore perché mi occupo di personaggi del cinema italiano e nell’ambiente erano tutti terrorizzati quando un film doveva passare per le sue mani – dice la regista Donatella Baglivo – da qui ho approfondito la sua figura nella storia italiana, perché se è vero che Andreotti è impenetrabile è altrettanto vero che il suo ruolo è stato di grande importanza. Forse l’unico vero politico italiano. Tolto questo devo dire che non mi aspettavo di trovare una persona così umana e dolce. Penso che poche volte il senatore si sia aperto come in quest’ora e mezzo di intervista”.

E almeno in un caso l’umanità di Andreotti emerge davvero. “Oggi farebbe il Presidente della Repubblica?” chiede la regista. Sarà che l’eventualità di affrontare il settennato a novant’anni l’abbia più stordito che onorato ma il senatore si lascia andare per un attimo a un sentito “per carità, no!”. Poi, come da copione, ritrova la sua leggendaria e proverbiale compostezza.

Adriano Bonanni
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