Home ARTE E CULTURA “Vincolo di sangue” di Gianluca Arrighi, a colloquio con l’autore

“Vincolo di sangue” di Gianluca Arrighi, a colloquio con l’autore

Per la nostra rubrica cibo per la mente oggi parliamo di Gianluca Arrighi e del suo ultimo libro “Vincolo di sangue” (Baldini Castoldi Dalai Editore), in libreria dal 14 febbraio 2012. L’autore è un avvocato romano, un penalista di gran fama e cultore di diritto penale alle università di Roma e Cassino. Gianluca Arrighi ha esordito come scrittore nel 2009 con Crimina romana, subito diventato un best seller e da cui verrà presto tratta una fiction tv.

Tra il 2010 e il 2011 ha scritto una serie di novelle noir per importanti quotidiani e settimanali che hanno riscosso un grande successo, appassionando milioni di lettori. Vive, con la moglie e due figlie, nel quartiere Parioli, dove lo incontriamo per porgli qualche domanda. Prima però, sfogliamo “Vincolo di sangue”.

Nel 1993 l’Italia è sconvolta da un caso di omicidio familiare che avviene nella bassa Lodigiana: Rosalia Quartararo uccide la figlia diciottenne occultandone il cadavere. Scoperta, imprigionata e processata, viene condannata all’ergastolo e bollata come spietata assassina. Il tribunale accoglie infatti la tesi dell’accusa incentrata sul motivo passionale: Rosalia ha ucciso per gelosia, accecata da una furia passionale per il fidanzato della figlia.

Possibile che nel contesto madre-figlia la passione possa indurre comunque a tanta ferocia, quale meccanismo può scattare nella testa di una madre e disarticolarle il naturale equilibrio fino al punto di uccidere la figlia?
vincolodisangue.jpgE’ questo l’interrogativo che ha condotto Gianluca Arrighi ad affrontare il caso ricostruendolo passo passo, portando il lettore per mano nel labirinto della vita di Rosalia. Un vita divisa nettamente in due – il prima ed il dopo l’omicidio – da un solco incolmabile: quel momento in cui ha tolto la vita alla figlia.
Un prima segnato da una difficile esistenza, un dopo inciso dalla vita carceraria, da strazianti sensi di colpa, dalla solitudine e dai sogni. Ma anche dalla speranza di redimersi proprio lì, nel carcere, il luogo dove primo fra tutti vige una legge inviolabile, quella del vincolo di sangue.

A colloquio con Gianluca Arrighi

Gianluca, cosa ti spinge a spettacolarizzare fatti cruenti di cronaca attraverso i tuoi libri? Non utilizzerei il verbo “spettacolarizzare”, nei miei libri racconto storie di uomini e donne che ruotano intorno al Male, con la “M” maiuscola, così intimamente vicino che basta un niente per sprofondarci dentro. Il delitto è un pezzo possibile della nostra vita ed è folle ritenerci immuni, così com’è demenziale credere che i “delinquenti” appartengano a una categoria ben distinta e riconoscibile, rispetto alle persone “per bene”.
Non dimentichiamoci come anche il migliore degli esseri umani abbia dentro di sé una “parte oscura”. Tutti noi, di conseguenza, percepiamo il male come un pezzo possibile della nostra vita. Cerchiamo di tenerlo lontano, ma al tempo stesso ne subiamo il fascino perverso e seduttivo ogni volta che lo vediamo impossessarsi di un nostro simile.
arrighiIn qualche modo è come se, guardando il male, percepissimo una visione astratta di un qualcosa che, in modo latente, è presente nella nostra anima.
E non si può omettere un riferimento alla particolare epoca in cui viviamo. Siamo nell’era mediatica, dove il crimine ha conquistato un ampio spazio su televisioni e giornali, che indulgono sempre più costantemente su scene di violenza e di sangue.
La morbosa curiosità dell’opinione pubblica sui particolari più raccapriccianti dei delitti o per la vita privata e sentimentale degli assassini sono dei tipici esempi di catarsi: vediamo qualcun altro realizzare ciò che noi non faremmo mai, riuscendo così a scaricare la tensione prodotta da quelle parti di noi che potrebbero compiere qualche gesto malvagio.

I tuoi libri sembrano aver importato in Italia il filone del “legal thriller” che tanto successo ha avuto nei paesi anglosassoni grazie a John Grisham. Sbaglio? La critica ha “catalogato” i miei libri e le mie novelle in modi diversi, si è parlato di true crime, di noir e di legal thriller. Ciò che scrivo risente sicuramente delle mie letture di genere, che spaziano da Poe a Simenon, da Chandler a Ellroy. Ma il più grande di tutti rimane sempre Giorgio Scerbanenco, ancora oggi il mio autore preferito.

Cosa ti ha spinto a scegliere la professione di avvocato penalista? Le “beghe” da civilista o i ricorsi da “amministrativista” dovrebbero garantire una vita più tranquilla …Quello è sicuro! Tuttavia essere un penalista è una vera e propria vocazione. Ho sempre voluto diventare avvocato. Da bambino mi infilavo un mantello sulle spalle fingendo che fosse la toga e giocavo, nella mia fantasia, a difendere gli imputati. I miei assistiti, che immaginavo ingiustamente accusati, venivano puntualmente assolti e io, trionfante, uscivo dal tribunale saltellando felice tra due ali di folla. Nella realtà dietro ogni vicenda giudiziaria, e in particolare dietro ogni processo penale, si nasconde una storia di uomini e di donne che lascerà un segno indelebile nella loro vita. Più che “fare” l’avvocato, ho sempre pensato di “essere” avvocato. La differenza consiste nel fatto che chi “è” avvocato si fa carico, molto spesso e suo malgrado, delle vicende umane dei propri clienti.

Anche il reo ha diritto alla difesa. Ti sei mai trovato nella situazione di dubitare di questo principio? Mai. Il giorno che dovessi dubitare di questo principio fondamentale garantito dalla nostra costituzione, smetterei di esercitare la professione di avvocato penalista. Tuttavia non solo i penalisti, ma anche tutti gli operatori del diritto e gli uomini di legge in generale, non dovrebbero mai dubitare della sacralità del diritto alla difesa.

Visti i tuoi successi letterari e quelli nell’aula di tribunale, se fra fare l’avvocato e fare lo scrittore dovessi rinunciare ad una delle due professioni, quale sceglieresti e perché? Non potrei mai rinunciare a nessuna delle due, per un semplice fatto: ciò che scrivo è inscindibilmente collegato alla mia professione. L’Arrighi scrittore non potrebbe esistere senza l’Arrighi avvocato e viceversa.

Claudio Cafasso

Un libro è cibo per la mente. Se non sapete cosa donare a voi stessi o ad un amico, regalate cibo per la mente: è un sano nutrimento.

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1 commento

  1. VINCOLO DI SANGUE, nella sua durezza, è un romanzo meraviglioso. L’ho letto in una notte, senza mai riuscire a staccare gli occhi dalle pagine del libro.

    Splendida intervista, complimenti alla redazione.

    Carola Giorgetti

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