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Teatro Olimpico – Davvero Magico il Flauto dell’Orchestra di Piazza Vittorio

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Partenza col botto per la nuova stagione del Teatro Olimpico, la storica struttura di piazza Gentile da Fabriano che ha settantacinque anni di vita alle spalle e che, dati alla mano, è il terzo palcoscenico della capitale ed il sesto a livello nazionale. Infatti, Il Flauto Magico secondo l’Orchestra di Piazza Vittorio, che resterà in scena fino al 2 ottobre, è una meravigliosa rielaborazione del singspiel mozartiano, un magnifico concerto cantato in sette lingue, uno spettacolo assolutamente da non perdere che incanta il pubblico per tutti i novanta minuti della sua durata.

Il giro del mondo in un’ora e mezza, un delizioso murale multiculturale pitturato da mille pennelli, una babele di voci, suoni e sensazioni, che diventano un soave esperanto e che magicamente si fondono in un gioioso inno alla vita: gli aggettivi e gli avverbi elogiativi vanno usati senza risparmio per questo spettacolo, le metafore suggestive debbono utilizzarsi senza riserve per questo regalo, per questa operazione ardita, originale ed accattivante che da due anni sta conquistando i teatri di tutta Europa e che, ne siamo certi, avrebbe ricevuto l’approvazione entusiastica anche dello stesso Wolfgang Amadeus Mozart.

A distanza di 220 anni dalla sua prima esecuzione, ecco quindi, rivisitato, rivoluzionato, aggiornato ed ampliato Die Zauberflöte, il singspiel (letteralmente “canto e recitazione”) che in due atti alterna parti cantate e parti recitate, la favola ambientata in un Egitto immaginario, musicata da Mozart sul libretto di Emanuel Schikaneder e con il contributo di Karl Ludwig Giesecke,  l’opera che, insieme a Il Ratto dal Serraglio,  si connota come il prototipo dell’opera nazionale tedesca e austriaca, che successivamente spianerà la strada all’avvento dell’operetta.

Nella splendida rivisitazione dell’Orchestra di Piazza Vittorio, l’atto è unico, il riferimento all’Egitto scompare, al tedesco si affiancano altre sei lingue (arabo, inglese, spagnolo, portoghese, wolof ed italiano) e le magnifiche melodie scritte dal genio di Salisburgo si mescolano magicamente con i ritmi jazz e rap, con il mambo, il pop e il reggae, mentre la storia raccontata nel libretto originale, pur con qualche variazione, resta intatta.

Il principe Tamino (Awalys Ernesto Lopez Maturell, batteria e congas) viene inseguito da un mostro (un serpente, nell’originale) e, sfinito, cade a terra svenuto. Dal tempio escono tre dame (il superbo terzetto d’archi composto da Zsuzsanna Krasznai, John Maida e Gaia Orsoni, rispettivamente al violoncello, violino e viola ) che uccidono il mostro e che, dopo aver ammirato la bellezza del viso del giovane principe, si allontanano per informare della sua presenza la loro signora, la Regina della Notte (la strepitosa soprano Maria Laura Martorana).

Ripresi i sensi, Tamino crede di dovere la propria salvezza a Papageno (El Hadji Yeri Samb, cantante e polistrumentista), un vagabondo vestito di piume che è sopraggiunto nel frattempo. La menzogna di Papageno è immediatamente smascherata dalle tre dame, le quali mostrano a Tamino un ritratto di Pamina (la straordinaria Sylvie Lewis), figlia della Regina della Notte. Il giovane principe se ne innamora subito e, ricevendo dalla Regina della Notte un flauto magico, si impegna a liberarla: infatti Pamina è prigioniera del malvagio Sarastro (Carlos Paz Duque, voce e flauti andini) ed è nelle mani dell’infido carceriere Monostato (Houcine Ataa, voce), anch’egli di lei innamorato…

A svolgere il filo della storia ci pensa il bravissimo e simpaticissimo narratore Omar Lopez Valle, che si distingue anche come suonatore di tromba e filicorno, mentre è da sottolineare il fatto che il carattere rivoluzionario ed innovativo di questo spettacolo risiede anche nella circostanza che i musicisti non sono, come tradizione vuole, relegati alla buca dell’orchestra, ma, interpretando i personaggi della vicenda, calcano le assi del palcoscenico.

Naturalmente, questa straordinaria ensemble multietnica – che per questo spettacolo conta anche cinque musicisti “ospiti”, oltre ai quattordici della formazione “tipo” – deve la sua fortuna in modo particolare al talento, all’ardimento e alle intuizioni del suo direttore artistico e musicale Mario Tronco, che insieme a Leandro Piccioni (pianooforte) ha curato l’elaborazione musicale dell’opera mozartiana.

Incontro con Mario Tronco, direttore artistico e musicale dell’Orchestra di Piazza Vittorio

(per gentile concessione dell’ufficio stampa del Teatro Olimpico)

Come è nato Il Flauto Magico dell’Orchestra di Piazza Vittorio? Da una proposta di Daniele Abbado per la Notte Bianca di Reggio Emilia. Il progetto ci sembrava folle, poi abbiamo deciso di svilupparlo come se l’opera di Mozart facesse parte di tutte le culture che abitano Piazza Vittorio, come se fosse una favola tramandata in forma orale e giunta in modi diversi a ciascuno dei nostri musicisti. Come accade ogni volta che una storia viene trasmessa di bocca in bocca, le vicende e i personaggi si sono trasformati, e anche la musica si è allontanata dall’originale: è diventato Il Flauto Magico secondo l’Orchestra di Piazza Vittorio.

Come sono state assegnate le parti? I ruoli sono stati affidati ai musicisti in base a una somiglianza di carattere o per affinità con certe esperienze vissute: per esempio Tamino è Ernesto Lopez Maturell, un ragazzo di 22 anni che ha tutta l’esuberanza della sua giovane età. Più che dall’amore per Pamina, il nostro principe è mosso dal desiderio di avventura e dalla paura dell’ignoto, che a quell’età si trasforma in eccitazione.
Il mago Sarastro è Carlos Paz, un artista con un rapporto molto forte con la politica e la religione, che ci racconta spesso dei riti sciamani del suo paese; lui stesso ha qualcosa dello sciamano.
Quella della Regina della Notte è una delle poche parti occidentali, sarà interpretata da Maria Laura Martorana, una virtuosa di cui sono note la brillante tecnica di coloratura e le capacità interpretative con un repertorio molto ampio sia drammatico che comico.
E per diretta assonanza, El Hadji Yeri Samb, che gli amici chiamano Pap, è stato subito Papageno, una persona semplice e profonda con un carattere molto vicino al personaggio di Mozart. In questo senso abbiamo fatto nostra una suggestione presente nel Flauto di Ingmar Bergman (1975), in cui, durante l’ouverture si susseguono primi piani del pubblico, come a cercare il Flauto nella società, e i personaggi tra la gente comune.

Avete mantenuto i riferimenti alla massoneria, così presenti nell’opera di Mozart? Abbiamo preferito non considerare questo elemento che ha assunto un significato e delle connotazioni del tutto diverse da quelle dell’epoca mozartiana. Volevamo raccontare un Flauto contemporaneo, che si svolge in una società multirazziale di questi tempi, ed evitare qualsiasi fraintendimento.

Come è stata trattata la partitura? Non si tratta dell’esecuzione integrale dell’opera di Mozart. Abbiamo lavorato molto liberamente utilizzando solo ciò che è plausibile per la OPV. Le melodie sono riconoscibili ma alcune sono solo tratteggiate, senza sviluppo e senza parti virtuosistiche, intrecciate a brani originali dell’Orchestra.

Non dobbiamo dimenticare che non tutti i nostri musicisti sono in grado di leggere uno spartito; il nostro lavoro con la partitura è quindi necessariamente diverso da quello di un’orchestra “normale”. Dal reggae alla classica al pop e al jazz, la nostra musica è piena di riferimenti alle altre culture. I nostri musicisti hanno background molto distanti, non solo geograficamente.

Per i recitativi abbiamo preso a prestito la tecnica del fotoromanzo: alcune scene sono accompagnate da una sorta di didascalie disegnate sui pannelli da Lino Fiorito. Tutta la scenografia creata da Lino è fatta da acquerelli che richiamano l’idea della favola. Infine ci sono alcune “sorprese”, tra cui un mambo interpretato da Maria Laura Martorana come omaggio a un’altra Regina della Notte andina, Yma Sumac.

Il Flauto di Mozart è ambientato in un Egitto fantastico. Il vostro? In un luogo immaginario, senza riferimenti alla geografia reale.

Ogni musicista ha portato nell’Opera la sua cultura: quante lingue ci sono in questo Flauto? Sette: arabo, inglese, spagnolo, tedesco, portoghese, wolof e italiano.

Ricordando che cliccando qui potete leggere il cartellone completo del Teatro Olimpico e facendo presente che il previsto spettacolo natalizio di Lillo & Greg non sarà Work in Regress, come precedentemente annunciato, ma L’Uomo che non capiva troppo – code 6-1-0 (le date sono le medesime), concludiamo rielaborando le parole finali del narratore: questa favola è uno specchio, te lo dico nell’orecchio, oh lettore non perder tempo, dal teatro uscirai contento.

Giovanni Berti

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