Home ATTUALITÀ La Sala Umberto apre la stagione con lo spumeggiante “Ma che bell’IKEA”

La Sala Umberto apre la stagione con lo spumeggiante “Ma che bell’IKEA”

In scena fino al 2 ottobre al Teatro Sala Umberto di via della Mercede 50, Ma che bell’IKEA è uno spettacolo brillante e spassoso che vede protagonisti gli affiatatissimi Paola Minaccioni e Riccardo Fabretti. Durante gli ottanta minuti di questo atto unico si ride moltissimo e, alla fine, si è anche indotti a riflettere sulla sconcertante omologazione dei tempi che stiamo vivendo. VignaClaraBlog.it era presente alla prima e di seguito trovate la recensione di questa rappresentazione più che convincente.

Due coppie acquistano casa nel medesimo condominio situato nelle vicinanze del raccordo anulare ma soprattutto posizionato dalle parti di IKEA. Sono due coppie che, per formazione, filosofia e percorso di vita, non potrebbero essere più diverse e distanti tra loro:  Fidel, un avvocato radical-chic con una madre invadente, ama Carlotta, una donna colta che soffre di attacchi di panico, che è preoccupata per le specie animali in via d’estinzione e che è in analisi a tempo indeterminato.

Ai loro antipodi, ma un piano sopra, vivono Marino, iper-coatto venditore ambulante di scarpe con il mito della Roma e di Totti, e Katinka, una ex prostituta rumena che parla un inevitabile ed esilarante cafonal-romanesco colorito dall’inflessione dell’est Europa.
Sono due coppie che incarnano il politically correct, la prima, e il qualunquismo becero, la seconda: due coppie distanti anni luce l’una dall’altra. 

Come nel mirabile Ferie d’Agosto firmato da Paolo Virzì, le due coppie si guardano, si studiano, si criticano e poi si scontrano. Alla fine, però (e qui il riferimento alla pellicola del regista livornese termina), le due coppie si sovrappongono, diventano perfettamente speculari.

La loro indistinguibilità è ben rappresentata dalla sorprendente identicità dei loro appartamenti e dei rispettivi arredamenti, acquistati da IKEA, il minimo comune multiplo dei tempi moderni, la religione profana del secolo corrente, il totem ipnotico, inconfondibile e totalizzante che gradualmente ci toglie tutto – nevrosi, paronoie e difetti compresi – omologandoci e convincendoci che un doppio puff Sktretavarten o una poltrona in pelle Bjornestrattsteen siano tutto quello di cui abbiamo bisogno.

Si ride, si ride moltissimo in questa commedia, grazie soprattutto al già raggiunto affiatamento della coppia (anzi, della doppia coppia) Minaccioni – Fabretti e al merito del testo, brillante e scorrevole, scritto da Gianni Clementi.

Ma il divertimento diventa anche uno strumento ed un’occasione per riflettere sui problemi correlati allo straripare del consumismo e al progressivo smantellamento dei valori propri dell’uomo: lo svuotamento delle coscienze, l’annullamento delle personalità, l’appiattimento delle identità, egregiamente sintetizzati dalla battuta fulminante che Katinka pronuncia alla fine in un impeto di inaspettata consapevolezza.

Oltre alle performances dei due artisti, ci piace evidenziare l’ottimo disegno luci di Maurizio Fabretti e le evocative musiche di Paolo Buonvino, mentre, se proprio volessimo trovare un difetto in questo spettacolo più che delizioso, potremmo dire che il personaggio dell’iper-coatto ci ha stancato e non ci convince più di tanto, anche se comprendiamo la scelta dell’autore e quella del regista (Enrico Maria Lamanna) nel voler proporre un archetipo, nel voler utilizzare questa figura in funzione simbolica e paradigmatica.
Andare a vedere la doppia coppia Minaccioni – Fabretti? Ma che bell’IK…IDEA!

Giovanni Berti

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