Home ARTE E CULTURA Cassia: con l’inquietante “The Hole” parte la stagione dello Stabile del Giallo

Cassia: con l’inquietante “The Hole” parte la stagione dello Stabile del Giallo

Con Intervista al regista, Gigi Palla.  Sabato 1 ottobre il Teatro Stabile del Giallo di Via al Sesto Miglio, 78 inaugura il cartellone 2011-2012 con “The Hole”, la rappresentazione che il regista Gigi Palla ha tratto dal sorprendente romanzo d’esordio dello scrittore britannico Guy Burt. Lo spettacolo, un intricato giallo che promette di inchiodare gli spettatori alle poltrone con la sua miscela di tensioni proprie del thrilling e di suggestioni quasi horror, offerte ed incastonate in un’atmosfera claustrofobica, resterà in scena fino al 23 ottobre.

Era il 1993 quando l’allora ventunenne Guy Burt riuscì a pubblicare il suo primo libro, che aveva finito di scrivere già quattro anni prima. After the Hole fu un successo immediato ed esplosivo: il romanzo divenne subito un bestseller in Gran Bretagna e negli USA, mentre dalle nostre parti sembrò non meritarsi nè una traduzione nè un editore. Nel 2001 il regista Nick Hamm ne trasse un buon film (The Hole – Il Buco), ispirato in parte anche da Il Signore delle Mosche di William Golding e nel cui cast spiccavano Thora Birch, la figlia del personaggio interpretato da Kevin Spacey nel pluripremiato American Beauty, ed una giovanissima e già promettente Keira Knightley.

Il regista Gigi Palla, che ci ha concesso una lunga intervista, ha adattato il romanzo per farne una rilettura teatrale e sotto la sua direzione prenderanno forma, per la prima volta su un palcoscenico italiano, le inquietanti vicende dei ragazzi protagonisti del fortunato libro di Burt.

Ad interpretarli, ci saranno attori adolescenti, grazie ai quali verrà raccontata la storia tratta dal romanzo e rielaborata nel film: per sfuggire alla noia delle iniziative del lussuoso ed esclusivo college nel quale studiano, Liz, Mike, Alex, Frankie e Geoff decidono di trascorrere tre giorni dentro un bunker, ma ben presto la bravata si trasforma in un incubo senza fine…

A colloquio con Gigi Palla, regista dello spettacolo

Autore e regista, oltre che attore, Gigi Palla da anni si dedica con devozione, competenza e sensibilità al teatro indirizzato ai bambini ed ai ragazzi. Grazie alla collaborazione con il Teatro Eliseo, ma soprattutto attraverso le produzioni del Teatro Le Maschere, Gigi, insieme a tutti i componenti dell’Associazione Culturale Talia, crede fermamente nel concetto espresso dallo psicologo ed educatore Jerome Bruner per il quale: “un bambino deve conoscere, avere dimestichezza con i miti, le storie, le fiabe popolari, i racconti tradizionali della sua cultura (o delle sue culture). Sono quelli che strutturano e nutrono un’identità”.

Questa volta, però, il regista ha deciso di adattare e di dirigere uno spettacolo che non è destinato agli spettatori più piccoli, trattandosi di un thriller “ad alto impatto emotivo”.

Gigi, cosa deve aspettarsi il pubblico da “The Hole”? E’ sempre difficile rispondere a questo tipo di domanda, almeno per me che, quando vado a teatro da spettatore, vado generalmente privo di attese, completamente disponibile a qualsiasi tipo di esperienza… credo che il pubblico dovrà aspettarsi ovviamente un giallo, che spero risulti ad alto impatto emotivo. Ma poi anche uno spettacolo che possa far riflettere sul disagio adolescenziale. Sicuramente una messa in scena senza troppi “fronzoli” e delle interpretazioni non “impostate”, che puntano tutto sull’intensità, la freschezza e la sorprendente impressione di realtà ottenuta grazie ad un gruppo di attori (quasi tutti) realmente adolescenti.

E’ stato complicato adattare il romanzo per il teatro? Per me è stato il panico! Di fatto io conoscevo l’adattamento cinematografico (per la cronaca quest’anno la stagione dello Stabile del Giallo punta molto su titoli “filmici”) e lì la struttura di genere si presenta subito. Invece leggendo i capitoli che mi arrivavano dalla traduttrice Serena Severa, mi chiedevo: “ma qui dov’è il giallo?”.
Nel romanzo infatti il giallo (fortunatamente) arriva alla fine e poi sta al lettore ricostruirsi la sua dinamica come meglio crede nella sua testa. E con il precedente del film questo poi non è stato difficile.

Qual è il valore aggiunto che, rispetto a libro e film, offrirete agli spettatori dello Stabile del Giallo? Rispetto al film, penso quello delle motivazioni che innescano l’ingranaggio criminale e una maggiore “correttezza” della trama: il film infatti inganna volutamente e spesso lo spettatore dando informazioni sbagliate (e se noi avessimo mantenuto la stessa impostazione ci pensi agli spettatori del giallo, durante il rito della cena insieme, quante spiegazioni avremmo dovuto dare?!?). Rispetto al romanzo… che parliamo in Italiano, visto che The Hole non è mai stato tradotto in Italia e l’adattamento ne segue da vicino l’impianto testuale.

Sul palco ci saranno attori giovanissimi: cosa significa per te lavorare con le “nuove leve”? Innanzi tutto invidia! Scherzi a parte, per la mia personalità, il mio modo di essere e di fare, lavorare con attori giovani è più facile e stimolante. Sono disponibili a sondare sempre nuove possibilità, non hanno ancora troppe sovrastrutture.

La volontà di mettere in scena The Hole si basa proprio sul fatto che sei “obbligato” a lavorare con attori giovanissimi. Certo puoi sempre pensare di affidarti ad attori trentenni magari più esperti, che scenicamente “la danno a bere”, ma non era questa la mia idea proprio in relazione ai due punti fermi dello spettacolo: grande impressione di realtà e riflessione sul disagio giovanile, su un particolare aspetto di questo disagio, che riscontro molto nei ragazzi di oggi.

Da anni scrivi e dirigi spettacoli pensati e realizzati per i bambini: ci vuoi parlare dei progetti in cartellone all’Eliseo Bambini e, soprattutto, al Teatro le Maschere? Con piacere, ma prima, considerato appunto il mio background, ci tengo a ribadire che The Hole non è assolutamente uno spettacolo per bambini!
Tornando alla domanda, quest’anno al Teatro Eliseo riprendiamo “E pur si muove… quello che ha visto Galileo”, uno spettacolo scritto in occasione dell’Anno dell’Astronomia, che si è avvalso della collaborazione preziosa dell’Osservatorio di Arcetri, e che quando è andato in scena due stagioni fa subì un po’ il clima di panico creato intorno all’influenza suina che falcidiò le uscite delle scuole.
Quindi sarà un’occasione per quanti allora lo hanno perso. Anche il secondo spettacolo è una ripresa. “Le mille e una note”, un minimusical ispirato alla raccolta di Galland che, in un momento di grandi conflitti (si pensi alla Libia, all’Afghanistan) lancia un messaggio in nome della comprensione e dell’amicizia tra i popoli.

Il cartellone del Teatro Le Maschere è più composito e, (fortunatamente) mi vede coinvolto in diverse produzioni. Più che entrare nel dettaglio, mi piace soprattutto sottolineare il filo conduttore delle varie proposte, che è quello della narrazione e delle favole tradizionali.

Come dice Jerome Bruner noi pensiamo in modo narrativo e la proposta del teatro Le Maschere si muove come un’educazione in questa direzione. Quindi tante favole classiche (Cenerentola, Cappuccetto Rosso, Pollicina, Pesciolino d’oro) ma anche diverse novità come lo spettacolo di Natale “Il vestito verde di Babbo Natale”, che affronta il tema del consumismo, e Nel Regno di Re Ciclaggio, che affronta il tema del ciclo dei rifiuti.

Ospiteremo anche una produzione del Teatro Stabile del Giallo, ossia “S. Holmes e il Segreto della Mummia” all’interno della rassegna “Fiabe e Biscottini”. E per gli spettatori più “grandini” (medie e licei intendo) riprendiamo “WWF parole in estinzione”, uno spettacolo che tanta soddisfazione ci ha dato la scorsa stagione, e che questo anno si avvarrà anche dei contributi drammaturgici delle classi che parteciperanno alla visione (clicca  qui per conoscere le produzioni del Teatro Le Maschere).

Dicci almeno tre ragioni perchè tutti hanno bisogno del teatro… E se fosse una pia illusione che noi teatranti ci raccontiamo per dare un senso a quello che facciamo, in assenza di un’attribuzione di senso da parte di terzi? Le funzioni che assolveva il teatro sono state assorbite in maniera più semplicemente fruibile dagli altri mezzi di comunicazione, quindi, in assenza di un’educazione al teatro e al suo specifico, il suo bisogno, oggi come oggi, è un qualcosa di assolutamente soggettivo.

Forse mi chiederei cosa possiamo fare perché questo bisogno coinvolga un maggior numero di persone.
Per me innanzi tutto favorire lo sviluppo di una cultura teatrale, educando al teatro sin da bambini: credo che in questo ambito il teatro ritrovi molte delle funzioni a cui accennavo sopra, essendo uno strumento assai efficace per sviluppare il pensiero critico, educare alle emozioni, ma anche per veicolare contenuti in una forma incisiva. In questo senso è uno strumento molto attivo, sia come visione che come pratica.

Poi cercare di riqualificare l’aggettivo “teatrale” che troppo spesso viene associato al termine “falso”, “finto”, mentre se c’è una cosa che dovrebbe essere “vera”, proprio per la sua natura, è il teatro, visto che sempre accade con sostanza fisica! Eppure… banalizzo eh… perché quella recitazione bisbigliata delle soap dà agli spettatori una impressione di realtà così forte (che io penso si parli così forse solo in chiesa…) così come le litigate “da copione” dei reality e il teatro spesso no?
E infine contrastare sempre lo spettro della noia, che spesso è una sinistra aspettativa dello spettatore che si accinge a sedersi in platea.
Se poi ci vogliamo mettere una politica dei prezzi favorevole…

Comunque siccome non sono uno scettico rispondo alla domanda dicendo che tutti abbiamo bisogno del teatro perché ci allontana dal torpore televisivo, ci preserva dall’atomizzazione di un pc, e ci rende uomini/cittadini/spettatori meno passivi.

Ringraziando Gigi per la sua disponibilità e ricordando che potete cliccare qui per poter conoscere il cartellone 2011-2012 del teatro con base sulla Cassia, siate dunque di nuovo i benvenuti allo Stabile del Giallo, dove il delitto, la suspance ed una squisita ospitalità sono di casa.

Giovanni Berti

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