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Ponte Milvio, rafting sul Tevere

Nel bellissimo volume “Roma, acquerelli” Dominique Fernandez, che ha curato i testi, scrive: ” Il Tevere è come assente da Roma, non fa parte dello scenario romano, sembra passare di lì per caso, nessuno passeggia sui suoi argini che del resto non sono sistemati. Adriano identificava il Tevere con lo Stige, il fiume dei morti, e fece costruire il suo mausoleo sulla riva che considerava come il regno dei defunti. E per questo che il lungo fiume rimane deserto”.

La suggestiva ipotesi lascia il tempo che trova perché gli argini del Tevere sono stati sistemati e in estate le sponde sono gremite di nottambuli.

Certo, dove le rive ospitano una disordinata vegetazione le frequentazioni sono assai rare ma lo Stige non c’entra nulla. A tenere lontani i romani sono la sporcizia, i rifiuti, la presenza di grossi ratti e i liquami che provengono da insediamenti abusivi.

Nonostante tutto il fiume però non ha perso il suo fascino e per chi da anni lo frequenta in canoa o kayak le verdi e schiumose acque sono un richiamo irresistibile. Tanto forte da dare corpo ad un’idea che da anni ci frullava nella testa: fare rafting sul Tevere.

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A valle di Ponte Milvio le acque si fanno agitate per la presenza di grandi pietre sommerse e poi velocissime si riversano in un imponente “rullo” che visto da riva sembra avere proporzioni gigantesche; queste rapide sono la gioia e il tormento di chi le affronta in kayak.
Riuscire a “giocare” all’interno del rullo significa aver raggiunto un discreto livello di preparazione.

Da anni ci chiedevamo se era possibile affrontarle con una imbarcazione da rafting e così un bel giorno ci siamo decisi: acquistato un gommone in una delle tante Scuole che affollano la Val Nerina, lo abbiamo portato sulle sponde di Ponte Milvio e dopo una frettolosa revisione, indossato casco e giubbetto salvagente, io e Marcello siamo scesi in acqua.

Marcello è un ex autista, istruttore federale di canoa, innamorato perso “der fiume de’ Roma”; scende in acqua in ogni stagione e ha formato schiere di canoisti. Accanto a lui ci si sente sicuri.

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Navigare sul Tevere, a bordo di un gommone governato da pagaie, è una sensazione indescrivibile: una volta varcata l’arcata di destra si viene presi dalla corrente e spinti in una zona di acque calme. Pochi colpi di pagaia e si affronta il “rullo” che a causa dell’acqua bassa è piuttosto rabbioso.

Il gommone Colorado affronta l’onda con noncuranza e leggero come una piuma la cavalca fino a gettarsi nelle acque agitate che spingono sulla riva di destra.
Ancora qualche colpo di pagaia e si è fuori dalla corrente.

Dal ponte e dalle rive i passanti ci guardano meravigliati, qualcuno scatta delle foto, qualcun’altro immagina chissà quali terribili malattie: tifo, leptospirosi, colera….

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In realtà quel grosso rullo, forse un 2° grado-più, è assai meno terribile di quel che sembra; quanto poi ad un possibile contagio ci confortano anni di frequentazioni…bagnate.

Il tempo di sbarcare, portare faticosamente a mano il gommone a monte di Ponte Milvio e via per un nuovo giro: senza alcun problema ci infiliamo dove la corrente è più veloce e le acque più agitate.
Con un divertentissimo sali-scendi ci lasciamo alle spalle il vecchio ponte e il fragore dell’acqua e poi lentamente dirigiamo sulla riva sinistra.

Un’idea che prende corpo e un vecchio sogno che si avvera.

Sgonfiamo e ripieghiamo il nostro canotto e ci diamo appuntamento di lì a qualche giorno: io e Marcello, e magari qualche amico lettore di VignaClaraBlog.it che vuole provare l’ebbrezza del “rafting” sul Tevere.

Francesco Gargaglia

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