Home ATTUALITÀ Nella notte dell’Auditorium è brillata la stella di Lou Reed

Nella notte dell’Auditorium è brillata la stella di Lou Reed

Lou Reed, classe 1942, si è esibito la sera di lunedì 25 luglio nella cavea dell’auditorium Parco della Musica concludendo proprio nella capitale il suo lungo tour italiano di otto date. In quasi due ore di spettacolo, il cantautore americano, accompagnato da un’ottima band di sette musicisti, ha ripercorso la sua lunghissima carriera, proponendo sei pezzi storici dei Velvet Underground, sette canzoni della sua produzione solista e la cover di Mother di John Lennon.

Il concerto, dedicato ad Amy Winehouse, è stato bello e coinvolgente anche se non totalmente impeccabile. Sono le 21.30 quando, con mezz’ora di ritardo e con i riflettori accesi sul pubblico, entrano sul palco i membri del gruppo seguiti da Lou Reed, cui gli spettatori, che riempono quasi completamente il parterre e la tribuna, tributano un lungo e caloroso applauso.

L’inizio dello show, a nostro giudizio, è abbastanza incerto e ci mette un poco in allarme: tuttavia, dopo l’esecuzione non troppo convincente di Who Loves The Sun (la prima traccia di Loaded, il disco pubblicato nel 1970 dai Velvet Underground), arriva la spumeggiante Senselessly Cruel (Rock and Roll Heart, 1976), durante la quale abbiamo modo di apprezzare il talento di Ulrich Krieger (sax) e Tony thunder Smith (batteria).

Il vecchio Lou, un poco malfermo sulle gambe ma pienamente in grado di condurre lo show e di dirigere la sua band, mette a segno un gran colpo con la successiva All Through The Night, la canzone scritta insieme al maesetro del free jazz Don Cherry ed inclusa nell’album The Bells del 1979: dopo un lungo incipit dal sapore funky, martellante e coinvolgente, che esalta le capacità della sezione ritimica (Robert Wasserman al basso), il groove viene mantenuto elevatissimo per tutta la durata di questo splendido, infinito, brano, poi “sporcato” con classe dalla magica fender del chitarrista Joseph Aram Bajakian.

Il pezzo che segue – Ecstasy dall’omonimo album del 2000 – è introdotto magnificamente dal violino di Toni Diodore, che con il suo strumento punteggia le parole scandite da Reed e si produce in un assolo finale, assai efficace ed incalzante, dal fascino tutto arabeggiante. Nel corso di questo brano, il cantautore americano dice agli spettatori che il concerto è dedicato alla grande cantante ed autrice Amy Winehouse, scomparsa sabato scorso all’età di 27 anni. Applausi, con amore e con rabbia.

In scaletta trova posto anche Smalltown, il pezzo scritto insieme a John Cale ed incluso nel loro album Songs for Drella del 1990 (Drella, una combinazione tra Dracula e Cinderella, era il soprannome di Andy Warhol). Lou si diverte e diverte gli spettatori scandendo e sottolineando i versi di questa canzone che si conclude con le parole: ” there is only one good use for a small town: you hate it and you’ll know you have to leave“.

Non la riconosciamo subito perchè Reed le riserva un trattamento speciale, appropriandosene, portandola nel suo recinto, se ci concedete l’espressione. Stiamo parlando di Mother, una delle canzoni più intense e sofferte scritte da John Lennon, dedicata alla perdita dei genitori. Nonostante la chitarra e la batteria facciano un ottimo lavoro, l’esperimento non va a buon fine: la reinterpretazione di Lou, poco ispirata e con cali di voce evidenti, non ci convince affatto segnando il momento meno riuscito del concerto (anche se va detto che il pubblico applaude fragorosamente al termine del brano).

Tuttavia, lo show riprende quota immediatamente grazie all’esecuzione di tre pezzi storici estratti dal cilindro magico di The Velvet Underground & Nico, il primo album del gruppo che venne registrato grazie ai finanziamenti di Andy Warhol e che fu pubblicato nel 1967. Ipnotica, inquietante ed avvolgente arriva Venus In Furs, la canzone il cui titolo rimanda al romanzo Venere in pelliccia di Leopold von Sacher-Masoch e che contiene riferimenti al sadomasochismo, al bondage, alla dominazione e alla sottomissione sessuale: “bacia lo stivale di cuoio lucido, cuoio lucido nell’oscurità, lecca le cinghie, il laccio che ti sta aspettando, diletta signora colpisci e abbi cura del suo cuore“. Acustica ed evocativa, Sunday Morning incanta tutti con la sua intensità e le sue suggestioni, grazie alla chitarra di Kevin Hearn e al violino di Toni Diodore, grazie soprattutto alla fantastica interpretazione di Reed.

Eccola che arriva, attento a come ti muovi, ti spezzerà il cuore in due, è vero, non è difficile da capire, è sufficiente guardare il colore falso dei suoi occhi…“: anch’essa intima ed acustica, Femme Fatale conquista definitivamente gli spettatori romani, essendo il pezzo conclusivo del trittico che sancisce il momento culminante dello show.

Travolgente, segnata ancora dalla chitarra di Joseph Aram Bajakian ed interpretata non proprio impeccabilmente da Reed (ancora qualche incrinatura nella voce), è il turno di Waves of Fear (The Blue Mask, 1982), seguita dall’applauditissima Sweet Jane (ancora da Loaded), al termine della quale Lou ringrazia gli spettatori per essere venuti al concerto e ricorda la dedica ad Amy Winehouse: sono le 22.47 e tutti lasciano lo stage.

Reed e la band si prendono cinque minuti, gli spettatori della cavea inferiore abbandonano i loro posti per posizionarsi al limitare del palco, in tribuna quasi tutti si alzano in piedi: a gran voce si chiede che si continui a suonare, si reclamano i bis che, come da scaletta, arrivano puntualmente. Si comincia con l’allegrissima Charley’s Girl (Coney Island Baby, 1975) che inizialmente scambiamo per Walk On the Wild Side e si prosegue con la lunghissima The Bells (dall’album omonimo), un pezzo dalle sonorità psichedeliche che esalta le doti di ogni singolo membro della band pur non essendo, secondo noi, adatto a questo momento particolare dello show (perchè non fare Perfect Day e Walk On the Wild Side?).

Dopo aver presentato i suoi musicisti (non ci scordiamo di Louis Calhoun, che ci ha regalato suggestioni con i suoi suoni al computer), Reed propone un incantevole versione intima e semi-acustica di Pale Blue Eyes che, tratta da The Velvet Underground (1969), alle 23.20 conclude uno show convincente e di ottimo livello, con tante luci scintillanti e qualche ombra.

Giovanni Berti

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