Home ATTUALITÀ John Mellencamp all’Auditorium: grande rock ma col contagocce

John Mellencamp all’Auditorium: grande rock ma col contagocce

John Mellencamp, folksinger ispirato e rocker sanguigno dalla voce graffiante ed incisiva, domenica scorsa si è esibito per la prima volta a Roma e per la seconda in Italia. Il concerto che il quasi sessantenne cantautore americano ha offerto agli spettatori della cavea dell’auditorium è stato elettrizzante ed intenso, ma ha avuto il difetto imperdonabile della sua estrema brevità. Dopo che il pubblico aveva più volte manifestato, con fischi sonori e battute caustiche, la propria esasperazione per la lunghezza eccessiva – un’ora e cinque minuti – del documentario che precedeva lo show, sono arrivati solo 75 minuti di grande musica.

Sono le 21.05 quando nella cavea si spengono le luci ed inizia, sul grande schermo posizionato in fondo al palco, la proiezione del documentario “It’s about you”, la pellicola di un’ora e cinque minuti, girata in super8 e firmata dal fotografo Kurt Markus, che narra la genesi e la realizzazione dell’ultimo lavoro di Mellencamp, No Better Than This, oltre a mostrare le immagini del tour del 2009 insieme a Bob Dylan e Willie Nelson.

Attraverso immagini sfocate ed inquadrature “creative”, si vede il cantautore americano in alcuni dei luoghi simbolo della musica nata nel sud degli Stati Uniti: eccolo ricevere il battesimo nella First African Baptist Church, a Savannah, nella Georgia, poi nel leggendario Sun Studio di Memphis, birthplace of rock and roll, ed infine a San Antonio, nel Texas, nella camera 414 dello Sheraton Gunter Hotel, dove nel 1936 il pioniere del blues Robert Johnson incise Sweet Home Chicago e Cross Road Blues.

Avendo sempre nella mente e nel cuore i maestri – da Woody Guthrie a Robert Johnson, da Elvis a Johnny Cash – Mellencamp ha inciso il suo ultimo disco proprio in quei luoghi culto, utilizzando un solo microfono vintage ed un registratore mono originale. Il risultato è un bellissimo disco folk-blues, prodotto da T Bone Burnett, che lascia di stucco per la sua intensità: delle tredici tracce presenti sull’album, purtroppo soltanto due saranno incluse nella scaletta ridotta del concerto romano.

Durante la proiezione del documentario, forse per la mancanza dei sottotitoli ed a causa dell’eccessiva lunghezza, gli ottocento della cavea iniziano presto a spazientirsi: arrivano i primi fischi e le prime battute salaci: tutti vogliono che cominci quanto prima il concerto!
Verso la fine, poi, i fischi diventano sonori e le amenità si moltiplicano. Oltretutto, tra il termine della pellicola e l’inizio dello show passa un altro quarto d’ora, che gli addetti al palco utilizzano per fare un ultimo controllo della strumentazione.

Sono ormai le 22.20 quando nella cavea si spengono di nuovo le luci e, sgattaiolando nell’oscurità mentre gli altoparlanti diffondono un pezzo interpretato magnificamente da Johnny Cash, prendono posto sul palco gli encomiabili componenti della band storica del cantautore americano. Un annuncio roboante recita: “from Bloomington, Indiana: John Mellencamp!”.

Finalmente inizia il concerto e si parte con Authority Song, un rock and roll spumeggiante, tratto dall’album Hu-Huh (1993), nel quale si mette subito in evidenza la chitarra di Andy York. Segue il folk-country di No One Cares About Me, uno dei brani più intensi e riusciti di No Better Than This (2010), nel corso del quale è ancora lo strumento di York ad eccellere.

Con il successivo John Cockers, estratto da Life, Death, Love and Freedom (2008), ci convinciamo che Mellencamp – un poco appesantito, completo nero, camicia chiara, capelli folti e brizzolati – è concentrato ed in forma, che la sua voce graffia ed i suoi colpi vanno a segno, ma nello stesso tempo notiamo che manca già all’appello uno dei pezzi eseguiti nei concerti precedenti, ossia la cover di Son House Death Letter.

Comunque, nel terzo pezzo della scaletta romana, un acidissimo e cadenzato blues-rock, brillano il violino di Miriam Sturm ed ancora una volta la chitarra di Andy York. Attraverso le liriche della successiva Walk Tall, la canzone del 2004 con la quale criticava aspramente la politica di George W. Bush, Mellencamp rende omaggio a Woody Guthrie ed al suo impegno politico-sociale: “so be careful of those killing in Jesus name / He don’t believe in killing at all“. La musica, in contrasto stridente con la durezza delle parole, è un rock classico, quasi allegro, nel quale sono ancora Miriam Sturm e Andy York a mettersi in mostra.

La sezione ritmica – Dane Clark alla batteria e John Gunnell al basso – è protagonista della canzone seguente, la bellissima ed elettrizzante Check It Out, da The Lonesome Jubilee (1987), che viene aperta magnificamente dal violino della Sturm e dalla fisarmonica di Troye Kinnett. Mellencamp non dice una parola, ma la sua prestazione è ispirata, impeccabile, coinvolgente. Non sorride, John, ma la sua voce incisiva scava nel profondo dell’anima americana, i suoi versi dipingono il ritratto del grande “paesone” statunitense. Al termine di questo brano, la band abbandona il palco e sulla scena rimane solo John Mellencamp, che si toglie la giacca.

E’ il momento di Save Some Time To Dream, il secondo ed ultimo pezzo di No Better Than This che ascoltiamo alla cavea, una struggente ballata che Mellencamp esegue accompagnandosi con la chitarra acustica. Segue la bellissima versione a cappella di Cherry Bomb, un brano meraviglioso, tratto da The Lonesome Jubilee, in cui basta ed avanza la voce intensa di John a regalare emozioni e suggestioni.

Tornato in scena il gruppo, arriva la fantastica ed applauditissima Jack and Diane, un classico di Mellencamp incluso nell’album American Fool (1982), un travolgente pezzo country-rock in cui la sezione ritmica si distingue e nel quale il violino di Miriam Sturm è allettante come le sirene di Ulisse.
A questo punto, considerata la ripetitività delle setlists di Mellencamp negli ultimi shows europei, diventa chiaro che il concerto sarà di durata ridotta, dato che non sono stati eseguiti nemmeno The West End, Don’t Need This Body e Easter Eve.

I musicisti lasciano nuovamente lo stage: da solo sul palco, Mellencamp, voce e chitarra acustica, attacca un altro suo grande successo, Jackie Brown (da Big Daddy, 1989), impreziosito dal violino della Sturm, che interviene a metà canzone.

Applausi scroscianti, Mellencamp continua a non dire una parola e va avanti per la sua strada: arriva Longest Days (da Life, Death, Love and Freedom), che la seconda chitarra acustica di Andy York e la fisarmonica di Troye Kinnett, intervenute a metà brano, rendono ancora più bella ed intensa.

La parentesi intima ed acustica si conclude con il brano probabilmente più famoso della lunga e meritoria carriera del cantautore dell’Indiana, ossia Small Town, che, tratto da Scarecrow (1985), è la sua carta d’identità e la sua Born in the USA, un pezzo spolpato fino all’osso ed impreziosito dal lungo finale in cui duettano magnificamente la fisarmonica ed il violino e del quale Mellencamp approfitta per lasciare la scena e fumarsi l’ennesima sigaretta.

Mellencamp torna sul palco, appare ancora stracarico e, con tutta la band schierata (non manchiamo di sottolineare il lavoro oscuro e prezioso di Michael Wanchic alla chitarra ritmica), riparte con Rain On The Scarecrow (Scarecrow): elettrica, sporca, strepitosa.

Saltando anche Paper in Fire, arriva il momento della prodigiosa e stracoinvolgente Crumbling Down (Uh-Huh), in cui tutti i componenti del gruppo danno il massimo – John in testa, naturalmente – e che il pubblico dell’auditorium accoglie con gioia e con applausi fragorosissimi.

Nel parterre si alzano tutti in piedi e si ritrovano a bordo palco a cantare e a battere il tempo con le mani.
L’entusiasmo va in crescendo per le successive If I Die Sudden (ancora da Life, Death, Love and Freedom), sinistro blues impreziosito dal violino della Sturm, Pink Houses (Uh-Huh) e Rock in the USA (Scarecrow), nella quale Mellencamp fa salire sul palco uno spettatore per fargli cantare (alla perfezione, complimenti!) una strofa ed il ritornello.

Il pubblico applaude riconoscente, ma Mellencamp e la band lasciano la scena. Sono le 23.35 ed il concerto è finito: si accendono le luci e gli altoparlanti diffondono un vecchio blues. Molti spettatori restano di stucco ma è proprio tempo di andare a casa, non ci saranno altre canzoni.

Alla fine, Mellencamp ha offerto uno show intenso ed elettrizzante, ispirato ed emozionante, ma è rimasto in scena solo settantacinque minuti. Troppo poco per un artista del suo calibro e con il suo repertorio. Davvero troppo poco.

Giovanni Berti

© foto di Silvio Stipcevich
© riproduzione riservata – proprietà EdiWebRoma

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6 COMMENTI

  1. Noi italiani siamo un popolo di ignoranti maleducati…questo ci meritiamo. un bel fuck a tutti quelli che hanno fischiato durante il documentario…Solo in Italia è successo.

  2. Mauro, il fuck lo rispedisco al mittente con gli interessi.

    Il pubblico romano non è stato ignorante né maleducato, è stato fin troppo paziente, ha iniziato a rumoreggiare solo dopo mezz’ora di un documentario che casomai andava allegato in dvd all’ultimo album.

    Non si può pretendere di infliggere a un pubblico che non ha mai visto Mellencamp in Italia un video di oltre un ora, in lingua originale e senza sottotitoli. Sono trent’anni che sento concerti e una cosa del genere non m’era mai capitata. Dopo il video abbiamo dovuto attendere un altro quarto d’ora prima del concerto, bellissimo ma vergognosamente breve.

    Continuo a stimare profondamente l’artista Mellencamp, molto meno l’uomo. Non è professionale sfilarmi 65 euro per un’ora e dieci di musica senza manco uno straccio di bis. Non è rispettoso di chi lo segue da 25 anni e gli compra i cd.

    Nessuna spiegazione nemmeno per l’annullamento a Udine, che leggo in rete avrebbe deciso di fronte alle rimostranze del promoter italiano per scandalosa brevità del set.

    Springsteen una cosa del genere non l’avrebbe nemmeno pensata.

  3. Io invece la penso esattamente come Mario, ho aspettato quasi vent’anni per vedere Mellencamp in Italia. Non ci potevo credere la mattina del 12/07 quando ho letto sul giornale che era stato cancellato il concerto di Udine! Un grazie a tutti quei cafoni e ignoranti che si sono permessi di fischiare! In Italia dobbiamo sempre farci riconoscere….. Vergognatevi!

  4. Per carità…..non volevo offendere nessuno….e quello che dici è vero……non lo giustifico ma in altri concerti la gente aspetta magari un o due ore senza far nulla ferma, in piedi etc….inoltre il documentario faceva parte dello spettacolo era scritto da tutte le parti…..magari la scelta del documentario per via della lingua non è stata felice……ma il malumore e il boato del pubblico alla fine della proiezione ribadisco che no mi sono affatto piaciuti…c’è modo e modo….inoltre lo seguo è ho visto i video di tutta la tournè e il controllo della strumentazione alla fine del documentario non lo ha mai fatto…(forse problemi odi organizzazione, vedi Barely Arts)….Io sono incavolato quanto te…ci mancherebbe, oltre alle 65 euro ho anche fatto 300 Km per vederlo…figurati…..Fatto sta che in Italia succede sempre qualcosa (il mio commento sopra era provocatorio, non volevo offendere nessuno…)….In tutte le altre date ha suonato per due ore e più, allegro e sorridente e grintoso come sempre…..(ripeto non è una giustificazione…e non lo giustifico…..ma purtroppo abbiamo visto un’altra persona l’altra sera…….Cosa mai successa prima……Perché? ……Vabè ormai è andata……Ciao Rumbleseat—

  5. Il rispetto non si mette in discussione però voglio dire alcune cose:
    siamo ad un un concerto rock o cmq ad un’esibizione acustica molto energica: che senso ha un documentario posto all’inizio del concerto (almeno da programma) e
    costituito dalla maggior parte di materiale live che canterai a breve?
    Se è cosi’ importante fai uno sforzo e metti i sottotitoli e soprattutto un’ora dopo l’apertura dei cancelli (19.00) lo mandi in onda e surriscaldi l’atmosfera senza la fastidiosissima sensazione di sentire anticipate nel video le canzoni che vuoi sentire..
    Se io pago 55€ per un concerto non voglio un film voglio la musica.
    A zurigo il documentario partiva alle 19.30:spero che si intendesse l’inizio del concerto…
    18 brani a vigevano,16 a Roma,0 a udine: mellencamp chiude i conti con l’Italia e con Pippo Baudo…

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