Home ATTUALITÀ Dalla Cavea dell’Auditorium un solo grido: all we need is Ringo!

Dalla Cavea dell’Auditorium un solo grido: all we need is Ringo!

Grande successo di pubblico per lo spumeggiante concerto che Ringo Starr e la sua All Starr Band hanno tenuto lunedì 4 luglio nella cavea dell’Auditorium Parco della Musica. Con il parterre e la tribuna quasi completamente pieni, in quasi due ore di show, il leggendario batterista dei Beatles ha regalato a spettatori calorosi ed entusiasti alcune perle del repertorio del quartetto di Liverpool e della sua produzione solista, lasciando molto spazio ai suoi eccellenti compagni di strada, che hanno avuto modo di mettersi in luce e di meritare applausi eseguendo i propri brani.

Sono le 19.30 e già c’è molta gente nell’area dell’Auditorium. Si respira l’aria del grande evento, si avverte distintamente che tra novanta minuti accadrà qualcosa di speciale. Su teste dai capelli diradati o ingrigiti si fanno notare i cappellini neri con la scritta “Ringo” e con il simbolo della pace incastonato nella lettera “o”.

Grazie ad alcuni ventri prominenti, attraverso le parole magiche delle coloratissime t-shirts che li avvolgono morbidamente, si può ricostruire la storia e la leggenda dei Fab Four: Let It Be, Revolver, Sgt. Pepper, Help. Una famiglia di quattro persone, genitori e due figli adolescenti, si è messa “in divisa” indossando di comune accordo “l’alta uniforme” che riproduce il celebre scatto dei quattro ragazzi di Liverpool che attraversano le strisce pedonali di Abbey Road. Alcuni quarantenni indossano un’invidiabile maglietta su cui campeggia un delizioso sottomarino giallo.

Tre ragazze, poco più che ventenni, sfoggiano borsette vintage dalle quali ammiccano divertiti Paul, John, Ringo e George. Alcuni bambini, tenuti per mano dai genitori, portano magliette rosse, nere o bianche con la scritta “The Beatles”, il marchio registrato del mito che non ha bisogno di inutili aggiunte o di precisazioni superflue.

Nonostante il gruppo si sia sciolto più di quarant’anni fa, nonostante la morte di John Lennon e di George Harrison, la leggenda dei Fab Four è ancora viva e scalpitante, avendo conquistato ancora un’altra generazione.

Alcuni turisti, tedeschi e americani, sono capitati a Roma nel giorno giusto e non hanno mancato l’appuntamento con Richard Starkey, che giovedì compirà settantuno anni; una magnifica coppia hippie, proveniente dal nord Italia, si rilassa al bar dell’auditorium sorseggiando una birra e mettendo in mostra le psichedeliche magliette che recano lo slogan “peace and love”, segno distintivo di un’epoca e di Ringo, cantante e compositore che ha coltivato un’ottima carriera solista ma che rimarrà sempre nell’immaginario di tutti come il batterista dei Beatles.

Mentre quest’aggregato festoso di generazioni e di anime differenti, accomunate dall’amore per la musica, è già seduto nel parterre e in tribuna, pochi minuti prima dell’inizio dello show si notano ancora diversi sedili liberi che i soliti ritardatari occuperanno solo ad evento iniziato. Alle 21 spaccate sul palco salgono i musicisti ed il polistrumentista Edgar Winter annuncia a gran voce: “ladies and gentlemen, would you please welcome RINGO STARR!!“.

Mentre gli applausi scrosciano fragorosi, il vecchio Ringo, magro e scattante, vestito di nero e con le scarpe da ginnastica ai piedi, fa il suo ingresso trionfale sulla scena facendo il segno della pace con entrambe le mani ed indirizzandolo verso tutti i settori della cavea.

Si comincia con la trascinante It Don’t Come Easy, il primo singolo della produzione solista di Ringo che nel 1971 raggiunse il primo posto nelle classifiche di vendita negli USA e nel Regno Unito.

Con il sax di Winter prepotentemente in evidenza, Starr pronuncia e canta le parole della filosofia pacifista che ancora lo anima: “peace, remember peace is how we make it, here within your reach, if you’are big enough to take it“. Al termine del brano gli applausi sono scroscianti e si alza gioioso il coro “Ringo, Ringo, Ringo”, appena prima che venga eseguita Honey Don’t, il pezzo che Carl Perkins scrisse e pubblicò verso la metà degli anni cinquanta come b-side di Blue Suede Shoes.

Di questo classico della Sun Records, dieci anni dopo, i Beatles fecero una cover e la versione che finì sul loro album Beatles For Sale del 1964 era proprio quella per la voce di Ringo Starr. Nell’esecuzione romana, in questo allegrissimo brano rockabilly, si distinguono la chitarra di Rick Derringer e il pianoforte di Edgar Winter.

Mentre Ringo si prepara ad eseguire la terza canzone in scaletta, dagli spalti arriva ancora il grido “Ringo” al quale l’artista replica ironicamente con le parole “esatto: quello è il mio nome“, poi un altro spettatore gli urla in italiano “sei grande” e lui prontamente risponde: “non so cosa hai detto, ma va bene lo stesso“.

Parte Choose Love, apprezzabilissimo pezzo proveniente dalla sua produzione solista più recente, un brano nel quale è protagonista ancora una volta la chitarra di Rick Derringer, oltre alla batteria di Gregg Bissonette. Sul finire del pezzo, lo stesso Ringo va a suonare l’altra batteria, affiancandosi a Bissonette.

Con Ringo piazzato dietro alla batteria, per alcuni membri della All Starr Band arriva il momento di proporre, supportati da tutti gli altri, i propri brani e le proprie hits.

Così, al microfono, per una prima “tornata”, si avvicendano, presentandosi l’un l’altro, Rick Derringer, Edgar Winter e Wally Palmar. Il primo propone Hang on Sloopy, il bellissimo classico dei Mc Coys, di cui era leader, che nel 1965 raggiunse con merito i vertici delle classifiche; Winter, con la sua voce in falsetto e la sua energia travolgente, che lo porta fino al limitare del palco, interpreta la sua Free Ride, mentre Palmar regala agli spettatori della cavea uno dei successi dei suoi Romantics, ossia Talking in Your Sleep, nel quale il basso di Richard Page, le batterie “gemelle” di Ringo e Bissonette e il sax di Winter fanno un lavoro egregio.

Dopo la parentesi “all starr”, al microfono, sempre seduto alla batteria, torna Ringo per uno dei brani storici scritti dalla premiata ditta Lennon- Mc Cartney: arriva infatti, accolto da boati ed entusiasmo, I Wanna Be Your Man, il singolo incluso nell’album With The Beatles pubblicato nel 1963. Applausi scroscianti.

Amici, romani, buonasera: tutto bene?“, dice il tastierista e cantante Gary Wright parafrasando Shakespeare, prima di attaccare la sua suggestiva ballata Dream Weaver, che precede l’esecuzione di un’altra hit, ossia Kyrie, per la voce evocativa del leader dei Mr. Mister Richard Page, il bassista della All Starr Band.

Ringo torna al microfono e replica il segno della pace. Qualcuno del pubblico, in vista dell’imminente ricorrenza, gli grida “happy birthday“, lui ringrazia e chiede di rimando: “dov’è il regalo?“.  Nel parterre campeggiano cuori disegnati, in tribuna viene mostrato lo striscione “All We Need is Ringo”.

L’artista gratifica questi spettatori (e tutti gli altri) con una bellissima The Other Side of Liverpool, il pezzo che in pochi versi racchiude la sua biografia: “L’altra parte di Liverpool è fredda e umida, l’unico modo per uscirne è una batteria, una chitarra e una scossa / Nell’altra parte di Liverpool, da dove vengo, mia madre lavorava in un bar. Quando avevo tre annni mio padre se ne andò“.

Al termine di questo brano intenso e malinconico, Ringo chiede agli spettatori: “penso che siete davvero troppo silenziosi: siete pronti a cantare?“. Il pubblico non si fa certo pregare e aggiunge allegria alla già allegrissima Yellow Submarine, uno dei momenti più coinvolgenti e più riusciti di questo spettacolo.

Il batterista dei Beatles esce di scena, mentre la All Starr Band, questa volta capeggiata dall’istrionico Edgar Winter, si lancia in una lunghissima tirata rock-progressive – Frankestein – nel corso della quale Mr. Magic Winter suona da par suo il sintetizzatore, la chitarra, il sax e una mini batteria.

Torna sul palco Ringo, che presenta ad uno ad uno i componenti della band e che, dopo qualche altro divertito “botta e risposta” con il pubblico, esegue Peace Dream, una ballata delicata e bellissima, un intenso omaggio a John Lennon, un brano che fa parte del suo ultimo album Y Not, un pezzo nel quale Paul McCartney ha inciso le parti di basso.

Nel testo di questo magnifica canzone sono evidenti i riferimenti a Lennon e alla sua Imagine: “No need for war no more…no more hunger, no more pain, I hope I have that dream again” ed ancora: “So try to imagine, if we give peace a chance, all the world could be living in harmony“.

Segue Back Off Boogaloo, un singolo di Ringo risalente al 1972 durante l’esecuzione del quale si mette in evidenza ancora la chitarra affilatissima di Derringer. Sul finale del pezzo, Ringo torna dietro alla batteria.

Tocca ancora a Palmar e Derringer piazzarsi al microfono per bombardare il pubblico di rock and roll coinvolgente e spumeggiante: il primo – che canta, suona la chitarra e l’armonica – propone What I Like About You, mentre il secondo esegue Rock And Roll Hoochie Koo, producendosi nel finale in un lunghissimo assolo di chitarra. Successivamente, Ringo propone la divertentissima Boys, prima che Gary Wright si lanci nella sua Love is Alive e Richard Page rinverdisca il successo più noto dei Mr. Mister, ossia Broken Wings.

Il finale è tutto per Ringo, naturalmente: tornato al microfono, uno spettatore del parterre gli grida “I love you“, al che lui risponde “I love you too, very deep voice, but I love you“. Risate, prima che arrivino una dopo l’altra le applauditissime Photograph e Act Naturally. “Ho bisogno di tutto il vostro aiuto per la prossima canzone“, dice Ringo e tutti capiscono che sta per iniziare la meravigliosa With A Little Help From My Friends che manda il pubblico in visibilio e della quale tutti cantano il ritornello.

Mentre la band esegue la parte finale di questo brano, Ringo saluta dicendo “remember peace and love..thank you and good night!“, ma poi ritorna sul palco per intonare, insieme ai tremila della cavea, il ritornello di Give Peace a Chance.

Sono le 22.50 e il concerto è terminato. Tutti vanno a casa contenti, divertiti e col sorriso stampato sulle labbra; c’è chi canticchia i brani appena appena ascoltati e c’è chi legge negli occhi dei figli o dei nipoti lo stesso entusiasmo e il medesimo stupore che aveva negli anni sessanta o settanta. D’altronde… all we need is love

Giovanni Berti

© riproduzione riservata – proprietà EdiWebRoma

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