Home ATTUALITÀ Auditorium – Diwan, di Franco Battiato, fra perplessità ed applausi

Auditorium – Diwan, di Franco Battiato, fra perplessità ed applausi

Cos’hanno in comune un kebab doppia cipolla e salsa piccante e Franco Battiato? Questa è la domanda che ieri sera ci tormentava mentre ci apprestavamo a lasciare l’Auditorium Parco della Musica. Quale sia l’utilità di infilarsi in una metafora tanto fantasiosa quanto inutile, non lo sappiamo nemmeno noi. Ma facciamo un passo indietro e proviamo a spiegarlo.

Tra un referendum e l’altro, ci ritroviamo all’Auditorium per assistere all’ultimo progetto di Franco Battiato, “Diwan”, frutto anch’esso del suo continuo ed indefesso lavoro di ricerca storico-artistica.

Dimenticatevi per un attimo il Battiato al quale siete abituati ad associare le idee: questa volta il musicista siciliano si è addentrato nei manoscritti andalusi e nord africani riconducibili alla letteratura arabo-siciliana dell’undicesimo secolo.

Nulla a che spartire con la sua ultima fatica discografica, orientata senz’altro all’utenza tipica della sua produzione artistica: basti pensare all’ensemble messo insieme per proporre questa rappresentazione al pubblico.
Oltre al tastierista Carlo Guaitoli – già in altre occasioni al suo fianco, sul palcoscenico hanno messo piede anche altri musicisti più o meno noti al pubblico astante. Tra questi spiccava sicuramente Nabil Salameh, meglio conosciuto come “il cantante dei Radiodervish”.

Ad assicurare la matrice araba c’erano sul palco vari strumenti – e rispettivi esecutori – della tradizione mediorientale: kanun, kawala, nay. E un violino, che non abbiamo assolutamente idea di come si traduca in arabo, ma che di certo ha caratterizzato storicamente la loro musica.

Il collettivo così formato – segnaliamo in ultimo la presenza di H.E.R. che ha aperto le danze con una intensa performance di violino e voce solista – ha intrattenuto platea e galleria della sala Sinopoli, che ha progressivamente reagito coi seguenti stati d’animo: curiosità, piacere, calo dell’attenzione, risveglio improvviso – qui è saggio Battiato che ha previsto nella programmazione l’inserimento di alcuni suoi classici rivisitati ad hoc, primo su tutti “Lode all’inviolato” – trasporto passivo – qui è il turno di “Fog in Nakhal”, brano della tradizione persiana dai connotati danzerecci, per il quale qualcuno ha addirittura improvvisato un ballo di avambracci – secondo dormiveglia, trasporto attivo – è la volta di “Stranizza d’amuri”, un must per chi ama Battiato – applausi.

E il kebab? Torniamo “a bomba”: il punto di convergenza tra il piatto arabo da noi precedentemente consumato e l’esibizione dell’ensemble di Franco Battiato è il nostro stomaco.

Digestione alimentare e artistica si sono mischiate, intercambiabilmente, generando in noi una sorta d’instabilità emotiva dovuta al caos interno. Ironia della sorte, è stato proprio il secondo bis – quella “Stranizza d’amuri” oggi più che mai mediterranea, a decretare ufficialmente conclusa la digestione di due prodotti – uno artistico, l’altro gastronomico – sicuramente buoni, preparati scrupolosamente, ma che nascondevano insidie dietro l’angolo.

Ma se per il panino l’ostacolo è chiaramente rintracciabile nella cipolla, per il concerto – la smettiamo con questa storia del kebab – sono diversi gli interrogativi: fatto salvo il principio secondo il quale è meritevole del massimo rispetto qualsiasi espressione artistica che abbia previsto un lavoro di ricerca, non siamo affatto convinti che questo tipo di esibizione sia stata facilmente digerita dal pubblico, il quale – in buona parte – si aspettava di interagire col Battiato del “Centro di gravità permanente”, ed invece si è trovato ad affrontare un concerto per metà cantato in arabo.

Ciò nulla toglie al merito di “Diwan”, prodotto interessante verso il quale – magari dopo un numero più elevato di prove da parte di questo collettivo – ci sarà sicuramente da applaudire in maniera più convinta.

Per ora resta un percorso ancora da esplorare e verso il quale molto probabilmente ci si deve rivolgere con le adeguate competenze in materia.
Battiato, come lui non c’è nessuno, rimane il solito showman per sbaglio: qualsiasi vestito decida d’indossare, il catanese resta sempre quel perfetto connubio tra saggezza e semplicità.

E la sua ironia – semplice ed essenziale, a dispetto dell’immaginario collettivo – rende interessante anche un singolo battito di mani. Sipario.

Matteo Strada

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