Home ARTE E CULTURA La ruzzica e Monte Mario in un sonetto del Belli

La ruzzica e Monte Mario in un sonetto del Belli

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Giuseppe Gioacchino Belli (1791 – 1863) è uno straordinario poeta che, con i suoi sonetti in vernacolo, ha dipinto in modo sublime un ritratto fedele e vivissimo del pensiero e dei comportamenti della plebe che viveva a Roma nel XIX secolo. Ne Er gioco de la ruzzica, scritto nel 1831, il Belli prende malignamente in giro un presuntuoso e maldestro giocatore, in un crescendo di ironia penetrante e con un finale a Monte Mario.

La ruzzica è un antico gioco le cui origini vanno ricercate nelle tradizioni contadine del Lazio, dell’Abruzzo e delle Marche e che consiste nel far ruzzolare un pesante disco di legno dal diametro di circa trenta centimetri su un terreno privo di ostacoli, servendosi di una corda avvolta in più giri intorno al bordo. E’ una gara che anticamente veniva fatta utilizzando una forma di pecorino e nella quale vince quello che fra i giocatori manda la “ruzzica” più lontano. In alcuni piccoli centri, come Tussio (in provincia de l’Aquila) e in alcune occasioni speciali (come nella recente iniziativa “la memoria dei giochi di strada”, presentata sulle nostre pagine), questo gioco viene ancora praticato.

Il Belli, con la sua vena poetica straordinariamente sarcastica e con l’umorismo maligno tipico della plebe romana, dedica alla ruzzica un intero sonetto, nel quale si prende splendidamente gioco, senza mezzi termini, di un presuntuoso e maldestro giocatore. In un finale meraviglioso, che è un crescendo di ironia penetrante e coloritissima, il poeta invita calorosamente Dodato a recarsi a Monte Mario per praticare con successo questo gioco di origine contadina…Ricordandovi che il poeta aveva dedicato un sonetto anche alla cosiddetta Tomba di Nerone, composizione che potete leggere cliccando qui, vi auguriamo buona lettura.

Er gioco de la ruzzica

Sta cacca (1) de fà a rruzzica, Dodato,
co la smaniaccia d’abbuscà ll’evviva,
nun è ggiro pe tté (2), cche nun hai fiato
de strillà mmanco peperoni e oliva.

Come sce pôi ggiucà, tisico nato,
senza dajje ‘na càccola d’abbriva? (3)
Nun vedi la tu’ ruzzica sur prato
c’appena ar fin de ‘na scorreggia arriva?

Co ddu’ pormonettacci (4) de canario, (5)
d’indove mommò (6) er zangue te se sbuzzica,(7)
tu protenni de prennete sto svario? (8)

Stattene in pasce (9): ggnisuno (10) te stuzzica;
si (11) ppoi vôi vince tu, vva’ a Montemario,
pijja la scurza (12) e bbutta ggiú la ruzzica.

(In legno, da Civitacastellana a Monterosi, 10 ottobre 1831 – De Pepp’er tosto)

Note:
1. cacca: in senso figurato significa “vanità”, “presunzione”.
2. nun è ggiro pe tté : non è cosa per te, non fa per te.
3. ‘na caccola d’abbriva: un poco d’abbrivio (di slancio, di rincorsa).
4. co ddu’ pormonettacci: con due piccoli polmoni ridotti male.
5. de canario: di canarino.
6. mommò: è il rafforzativo di “mò” e significa “or ora”, “proprio adesso”, “in questo momento”.
7. te se sbuzzica: ti sgorga.
8. tu protenni de prennete sto svario? : tu pretendi di prenderti questo svago?
9. pasce: pace.
10) gnissuno: nessuno.
11) si: se
12) la scurza: la rincorsa

NdR: Per la compilazione delle note abbiamo consultato il “Dizionario Romanesco” di Fernando Ravaro e il libro “Tutti i sonetti romaneschi di G.G. Belli – edizione integrale” a cura di Marcello Teodonio (entrambi pubblicati da Newton Compton Editore).

Giovanni Berti

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