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Dove andranno in vacanza i ragazzi di Ponte Milvio?

sogno.jpgAgosto è alle porte, tempo di vacanze e per i giovani di Roma Nord pare che non ci sia crisi che tenga anche se dai recenti rapporti Ipsos e di Federturismo emerge la figura di un italiano in ferie più attento, parsimonioso, prudente. Ma per i ragazzi frequentatori di Ponte Milvio e dintorni l’imperativo categorico è “esorcizzare la crisi” a suon di tavoli in discoteca e prenotazioni in luoghi esclusivi.

Appaiono lontani anni luce i tempi in cui gli studenti l’estate si accontentavano di un viaggio in macchina con gli amici in qualche riviera nostrana. Oggi la fascia d’età 18-26 appare decisamente poco propensa a passare le vacanze in qualche “alberghetto” a 2 stelle seguendo la filosofia del basso profilo. E’ vero invece che, anche grazie a internet e ai voli low-cost, si sta registrando un vero e proprio boom di prenotazioni in luoghi esotici anche da parte di poco più che adolescenti.
É da considerare che parecchi di loro già a 18 anni sono veterani dei voli internazionali (roba da far impallidire molti del club “MilleMiglia” Alitalia). Ma non basta prenotare in un luogo di mare qualsiasi e partire, bisogna seguire determinate regole per non sbagliare e rischiare di essere etichettati come “out” dal giro che conta.

A Formentera è fico.   Per capirne meglio il pensiero è bastato fare qualche domanda a dei ragazzi intenti a sorseggiare cocktails fuori da un club alla moda di Ponte Milvio, luogo ideale che come nessun altro racchiude vizi e costumi dei giovani della Roma contemporanea. Ci avviciniamo ad una comitiva dai 19 ai 22 anni; look casual, jeans stretti, Lacoste o camicia firmata, ai piedi scarpe rigorosamente Adidas vintage oppure Tod’s. Inizialmente sguardi sospettosi che dicono “e questo che cavolo vuole ora?” ma poi si sciolgono facilmente.
Francesco, il più spavaldo, 21 anni studente della LUISS, esordisce subito con un “io quest’estate mi faccio 10 giorni a Formentera”. Gli fa eco Luca: “io pure vado 7 giorni a Formentera e poi 3 giorni a Ibiza; anche se è piena di coatti non mi importa, mi devo sfondare in quei giorni”.  Il più taciturno del gruppo, Andrea 19 anni appena diplomato al liceo Azzarita, interviene per dire “anche io dovevo andare a Formentera ma invece mi dovrò accontentare di una settimana a Ponza e poi l’ultima d’agosto a Panarea. Nel frattempo me ne starò al Circeo a casa mia”.

Alla nostra domanda, ma come mai tutti a Formentera? ci rispondono in coro “perchè ci stanno tutti, è fico, ti fai vedere agli aperitivi, prendi il tavolo, eccetera”.
L’ultimo a parlare è Vittorio il più grande: “io invece mi faccio 15 giorni a Miami, mi partiranno minimo 2500 euro ma i locali lì sono un delirio”.
Provocatoriamente gli chiediamo: ma con tutto il mare fantastico che abbiamo in Italia perchè questa frenesia di andare sempre all’estero in queste mete così inflazionate? “Perchè altrimenti non c’è gusto, non ti vede nessuno, poi su facebook che foto metti?” ci risponde Francesco che  così continua “è normale, se prendo una bottiglia di Crystal in discoteca mi devono vedere tutti, altrimenti che lo prendo a fare, sono soldi buttati”.

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Appaio ergo sum.   Restiamo perplessi, è come se questi ragazzi avessero coscienza di esistere solo quando durante un evento possono essere salutati da un altro volto conosciuto, da un collega di serate mondane: “ciao,ma allora ci sei pure tu?”, questa è la frase che ogni presenzialista che si rispetti adora sentirsi rivolgere altrimenti si rischia di entrare in depressione credendo di essere diventati “out”, cioè il nulla.
È come se una fetta di ragazzi dei quartieri “in” di Roma fosse affetta da una sindrome cafonal (per dirla alla D’agostino) versione post-adolescenziale. Una sorta di deriva Neo-Yuppie che si manifesta già a 14 anni; la minicar più accessoriata, l’I-phone in terza media, la fretta di bruciare le tappe atteggiandosi a piccoli “briatori” all’età in cui un tempo si giocava ancora a pallone ai giardinetti.
Per questo forse anche lo scegliere il luogo di una vacanza diventa un modo per affermare il proprio status sociale, una sorta di marcamento del territorio primordiale al grido di “appaio ergo sum”.

E allora ecco risolto il mistero per la scelta obbligata sulle varie Formentera che d’estate si tramutano in succursali balneari delle discoteche più alla moda romane o dei locali di Ponte Milvio: la voglia di consumare, fagocitare, apparire, col risultato indotto che il confine che divide un ragazzo “normale” da una caricatura “vanziniana”  diventa sempre più esiguo.

E’ solo una fotografia.   Certo, questa non è la realtà per tutti i ragazzi che vivono nella Capitale ed anche per quelli di Roma Nord e sicuramente non spetta a VignaClaraBlog.it ergersi a fustigatore dei costumi; il compito di fornire ai giovani valori comportamentali in modo di renderli in grado di rapportarsi con la realtà circostante spetta alle famiglie, non ad un quotidiano on-line.
Noi abbiamo solo cercato di scattare una fotografia “istantanea” di un segmento di giovani della Roma del 2010 ed in particolare degli aficionados di Ponte Milvio ai quali, traendo spunto dalla scena del film Fandango nella quale un giovane Kevin Costner, stappando un Dom Perignon d’annata brindava ai “privilegi della gioventù” ma allo stesso tempo beveva in onore del sopraggiungere della piena maturità lasciandosi alle spalle l’età dell’incoscienza, auguriamo che lo stesso accada anche a loro. Forse, si può diventare uomini adulti anche stappando bottiglie champagne.

Giorgio Ciocca

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11 COMMENTI

  1. Un pò di sano volontariato non gli farebbe male! Comunque se sono arrivati ad essere così cinicamente vuoti è perchè glielo hanno insegnato i genitori, quindi non ci possiamo stupire più di tanto. Colpa della società dicono in molti, dei falsi ideali poroposti dalla tv, dicono altri. La famiglia dico io, primo punto cardine dell’esistenza di un individuo, gli altri sono semplicemente dei corollari da smussare con la pazienza, la pèresenza, la costanza che dovrebbero appartenere ad un genitore..

  2. “Proporsi per come si vuole essere percepiti”.
    E’ sempre stata una costante più o meno consapevole.
    Da qualche anno la consapevolezza che la percezione degli altri
    è determinante a prescindere è la costante che accumuna tutti non solo i giovani.
    E’ trasversale, travalica le differenze di ceto sociale che pure esistono, travalica le differenti opinioni politiche; è diventato un totem che ha appiattito verso il basso.
    Le agenzie di marketing e pubblicità hanno ben presente che ormai il target mirato è superato; la platea dei consumatori non è più settoriale.
    Da qui l’omologazione nell’abbigliamento, nell’uso di frasi fatte ad effetto, nella scelta dei locali da frequentare, l’autoaggregazione non solo nel proprio quartiere.
    Questo potrebbe in parte spiegare il fenomeno della taroccatura, dalla polo al jeans, dalle scarpe all’orologio; esibire e ostentatamente mostrare i simboli che fanno percepire di essere trendy, alla moda, richiede una platea, il branco nel senso buono del termine. I ruoli di attore e spettatore si sono sovrapposti; la competizione dell’esibizione richiede che i due ruoli si alternino e si sovrappongano a seconda dei luoghi e delle circostanze.
    Il vero dramma identitario si consuma tra le pareti domestiche quando si prende consapevolezza della propria solitudine, nudi e fragili.
    I genitori dell’ultima generazione si abbigliano e comunicano come i figli e le figlie e viceversa; l’insidiosa tendenza a scambiare il ruolo di genitore con quello di “amico” produce danni notevoli consentendo ad entrambi, per un tacito patto di mutuo soccorso, a perdonarsi a vicenda comuni debolezzee talvolta altro di ben più grave.
    Esistono certamente eccezioni ma sono numericamente insignificanti.
    A questo si aggiunge la tendenza a marcare vistosamente la propria identità sessuale che di fatto viene percepita da chi osserva attentamente come incerta ed ambigua. Ma forse di questo aspetto sono già da tempo consapevoli i giovani e legittima il sospetto che certi accessori, che un tempo erano usati o solo dalle donne o solo dagli uomini, ora non conoscono distinzioni nette. Se no come spiegarsi l’uso smodato, e spesso di cattivo gusto, di monili vari, di catene e catenelle improbabili, piazzati in punti strategici, tatuaggi folli in parti del corpo che la natura ha detinato solo a funzioni ben precise?
    Quando si andava in vacanza per tonificarsi e non per sballarsi in valigia, oggi solo e rigorosamente trolley o borsoni o zaini paramilitari, trovavano posto anche libri vecchi da rileggere o nuovi, cd o meglio musicasette da ascoltare o riascoltare.
    Certo andare a Formenera o posti simili e farsi pizzicare con un libro in mano è impensabile e forse un pò pericoloso.
    Liberissimi, ci mancherebbe, di andar dove si vuole, con chi si vuole.

    Magari, come sottolinea la Sig.ra Isabella, dedicate anche un solo giorno al volontariato in forma rigorosamente autonoma e sopratutto anonima.

  3. Vicino ar Ponte Mollo, tra chi drinka e chi sculetta,
    ce sta chi se parcheggia in terza fila senz’affanno;
    cirifischi e ciumachelle griffate e co’ la machinetta:
    nun è indove fate le ferie la dimanna, ma quanno!

  4. Il mio desiderio di scrivere queste mie riflessioni nasce dagli spunti che ho avuto leggendo questo articolo su come i ragazzi di Ponte Milvio, i nostri ragazzi, sono indotti da modelli di riferimento a concepire ed organizzare le loro vacanze, molto uguali ed omologabbili, quasi repliche cinematografiche, come dite voi.
    Mi è ritornata quindi in mente una bellissima chiacchierata fatta tempo fa con un amico nella quale ognuno di noi raccontava all’altro gli studi, le aspettative, i sogni dei propri figli. In quello scambio di esperienze ci siamo fortificati all’idea che il nostro ruolo genitoriale non lo dobbiamo demandare mai e che il nostro dovere nei loro confronti è quello di stargli accanto, ma un passo indietro, per permettergli di crescere e maturare su percorsi autonomi, seguirli non spiarli, cercando al tempo stesso di rimanere un modello per la loro educazione senza svendere le nostre abitudini comportamentali per entrare in sintonia con loro, magari attraverso linguaggi e tecniche comunicative, più simili al turpiloquio, che al dialogo.

    La realtà è che la generazione di noi genitori 50enni è molto distante dalla generazione dei suoi figli oggi adolescenti, molto più profondo il divario di quanto lo fosse fra noi giovani di allora, con i nostri genitori, il fiume di innovazione tecnologica che ci ha travolto cambiando totalmente le abitudini, le relazioni, le comunicazioni e la globalità rende tutto lo scibile molto più alla nostra portata, alla portata di tutti.
    Di conseguenza anche il viaggiare, se pur in momenti di crisi come oggi, ha assunto connotati più internazionali e meno nostrani. Noi viaggiavamo per conoscere per vedere posti nuovi ed allenare così la curiosità, le conoscenze ed anche lo spirito, in nostri figli, mi dite ed è molto triste, viaggiano per essere visti da altri in certi luoghi e quindi sono, anche sotto questo profilo, soggetti passivi, molecole inermi di una società che non li aiuta ad affermare la propria personalità, ma li uniforma in modo tale che fra di loro, in questa moltitudine di uguali, ormai è difficile anche coglierne le differenze caratteriali.

    Ma non saranno tutti così a Ponte Milvio…..!
    Non deve essere così indicativo questo campione umano, che se pur preso nel luogo di maggior aggregazione giovanile per il fascino esercitato, da un drink colorato o da un lucchetto di acciaio, sigillo sicuro di amori giovanili, preludio certo di sequele di divorzi, non saranno tutti così i ragazzi di Roma Nord.

    Cerchiamoli quei ragazzi che sacrificano le loro vacanze magari per stare con un nonno o con una persona inferma, cerchiamoli quei ragazzi che spendono la loro vita ed i loro tempo libero per il volontariato, cerchiamoli e scriviamo di loro, anche se è più difficile individuarli, perchè sono sicuramente più silenziosi.

    L’invito a voi di VignaclaraBlog.it, riflessioni mie a parte, è quello di leggere e di far leggere il libro scritto da Antonio Socci, noto giornalista, uscito il 14 luglio, che ha per titolo il nome di sua figlia ” CATERINA “.
    Un libro meraviglioso perchè tratta e scrive di un dolore immenso, quello provato da un genitore per la propria figlia caduta improvvisamente in coma, ma ancora più avvincente perchè ti racconta com’è questa figlia, una figlia normale sorridente e bellissima, ma così diversa da questo popolo di giovani che si fanno divorare dalle sabbie del nulla, giovani con i cuori spenti che percorrono strade cupe, gioventù incenerite dall’ideologia dell’apparire.
    Un vero e profondo percorso di fede nel dolore più disumano che un genitore può provare, una forza che sicuramente non è comune a tutti ma a tutti può essere di esempio .

    Scriviamo di più di questa bella e sana gioventù, sicuramente si nota meno e non fa notizia, ma ci si deve sforzare di proporla come esempio per una comunità di giovani che non è solo quella che, per realizzarsi o stordirsi di vita si vende sul cubo di una discoteca, frutto viziato e sbagliato , non di una società sbagliata ma di genitrori inadeguati ed impreparati che per sentirsi vicini a questi figli così diversi ritengono giusto, pur di non comunicare con loro, di rimandare le responsabilità educative alla scuola o al gruppo.

    Se riusciste a mettervi in contatto con Antonio Socci mi farebbe piacere che gli giraste queste mie righe,grazie,
    Giovanna Marchese Bellaroto

    P.S. Sarebbe bellissimo invitarlo ad un incontro a settembre in piazza jacini

  5. @ Cesare: “’ (…) a perdonarsi a vicenda comuni debolezze e talvolta altro di ben più grave.”
    Questa frase è arrivata dritta dritta come un pugno nello stomaco…. In un semplice periodo, Lei ha racchiuso l’essenza problematica del nostro altalenante modo di essere odierno, in cerca di certezze senza conoscere la responsabilità di una scelta. Condivido pienamente…

  6. Ma veramente noi “matusa” invece di andare in vacanza dedicavamo le nostre giornate al volontariato? Ma quando mai!
    I nostri viaggi, con zaino militare, erano rapportati alla disponibilità economica dei nostri genitori, scarsa, e pertanto andare all’estero era solo un miraggio.
    Se i giovani ci sembrano “vuoti” è perchè li abbiamo voluti così: a loro abbiamo tolto il gusto della lotta, dell’avventura, dello scontro. Li abbiamo piazzati, fin da piccoli davanti ad un televisore o una play-station facendogli credere che gli “eroi” di oggi sono Totti e Briatore. Li facciamo dormire fino a mezzoggiorno, li vestiamo con Lacoste e Adidas, gli compriamo la macchinetta e poi pretendiamo che vadano a fare le vacanze su qualche montagna del Trentino a faticare sotto uno zaino magari carico di libri………….
    Questa estate circa diecimila ragazzi (e ragazze) trascorreranno le loro vacanze in posti sperduti come Pristina, Metoja, Bala Morgab o Kabul; indosseranno una tuta mimetica e un paio di anfibi e…….cercheranno di farsi notare il meno possibile.
    A quanto pare non tutti i giovani hanno il cuore spento.

  7. Machevvefrega dove vanno in vacanza i ragazzi di ponte Milvio ?
    Ma che hanno tre occhi o quattro braccia da essere considerati una specie a parte ?
    Magari ,ora, non hanno molto cervello o magari tanto quanto i loro coetanei che si riuniscono al Mandrione o al Fungo o a Tor Bella Monaca o Ostia o Piazza Euclide.
    Magari andranno in vacanza negli stessi posti dove saremo andati noi cinquantenni ( o poco ma poco più ) o dove saremmo andati noi se avessimo avuto ai quei tempi le varie compagnie low cost , i last minute o second.
    Oggi Ibiza , Formentera , Egitto non più “robbba da ricchi” costano meno della Sardegna o Forte dei Marmi.
    A Sharm spendi con il tutto compreso meno che 14gg a Ladispoli.
    E magari a Formentera per ugual cifra ci si diverte di più che a Torvaianica.
    Quasi quasi resiste solo ( e non capisco perché , luogo che aborro ) Fregene.
    Ho viaggiato in moto e sacco a pelo , fermandomi con gli amici dove più ci piaceva; ho dormito nei giardini di Palau , dentro i pulman , nella tenda sulle spiagge libere calabre , sicule e sarde oggi potresti rifarlo ?
    Non credo , questione di sicurezza. Non solo di “spirito”.
    Le mode.
    Oggi guardiamo con occhi sospetti i vari atteggiamenti per noi incomprensibili , illogici , vacui e superflui.
    Magari è così , la moda a me non piace e non piaceva.
    A me piace e piaceva essere controcorrente , contromoda , se vanno o andavano i pantaloni largi , io li prendevo stretti , se andavano di moda i camperos io prendevo le simil-clark eccetera.
    Però molti hanno guardato pochi giorni fa , con malcelata nostalgia , il festival degli hippies.
    E che non erano imbecilli quelli ? E di moda al tempo ?
    Figli dei fiori ? Ma di quali fiori ? Magari cannabis , hashis , mariagiovanna. Piante semmai.
    E con quella sempieterna espressione beota non mi sembra che si occupassero dei massimi sistemi o accudissero i “matusa”. O no ?
    Ma la tanto decantata “dolce vita” , non era moda ? Non era alla fine , modo di vestirsi , luoghi alla moda da frequentare , non era modo di atteggiarsi e comportarsi ?
    Quello si questo no ?
    Solo perché non capiamo e solo perché distante da noi ?
    Credo tra l’altro che il solco generazionale tra noi ed i nostri figli sia decisamente inferiore a quello tra noi ed i nostri padri , che venivano sì da un’altra epoca , da una guerra , da un dovere di farsi il “culo” a lavorare per ricostruire.
    La differenza forse è proprio qui, l’esigenza di combattere sul quotidiano , per crearsi un futuro e tenere in giusto conto tutto quello che poteva distrarti dall’obiettivo.
    I nostri padri probabilmente non hanno tenuto in conto ( magari forzatamente considerato il periodo ) alcuna distrazione.
    Noi probabilmente invece abbiamo un po’ allentato.
    I nostri figli sicuramente ancora di più. Perchè di più hanno , il necessario è a portata di mano tutto sommato per loro. Quindi c’è tempo per il superfluo , per i superflui.
    E quando la mente è ( mediamente ) libera , spazia e spesso spazia ( per pigrizia generalmente innata ) nelle cose più leggere e poco impegnative.
    Però sono convinto che i Franceschi che sorseggiano Crystal occhieggiando attorno per esser ben visti , siano la minoranza.
    Così come i cerebrolesi che ingurgitano aperitivi – doverosamente al tavolo – per apparire.
    Per apparire che ? Celebrolesi invece ? Sempre lesi.
    Sig.ra Giovanna, l’aperitivo mica si prende solo per qualche causa tipo i parcheggi a pzza iacini , può essere preso anche solo per il piacere di stare in compagnia.
    Ed in quella compagnia non necessariamente ci sono solo Franceschi o aperitivari , magari ci sono ragazzi che sono impegnati in attività sportive, in politica , che frequentano lo scoutismo o che studiano e si comportano normalmente, che magari sono andati come volontariu in Abruzzo , che so’.
    E per pochi Franceschi ed aperitivari avete etichettato un’intera comunità di ragazzi ?
    Avete scordato gli imbecilli che spendevano milioni in champagne e troione, tanto per farsi vedere al Number One od al Bella Blu ? E i mentecatti che elargivano ugual somme all’Elefantino ?
    Cerchiamo sì di dargli adeguati valori , non solo insegnamenti da soloni , senza però farne – consapevolmente – una “razza” a parte.
    Un aperitivo non ha mai ucciso nessuno , dieci forse sì.
    Quanto a Socci , non si può non essergli vicini e solidali per un tale dramma.
    Mi viene però il sospetto che questo libro sia dettato dall’occasione.
    Tutti quelli che soffrono o “ci lasciano” generalmente sono belli , bravi, generosi.
    Non dubito che anche Caterina lo sia , ma credo anche che sia normale sorridente e bellissima come tante altre persone che prendono normalmente l’aperitivo a Piazza Ponte Milvio.
    il paragone fatto mi sembra quantomeno ingeneroso.

  8. Speravo di non dover dare ulteriore seguito ai commenti.
    Lo devo fare per una ragione: da tuti i commenti che precedono, compreso quello del sottoscritto, non si accenna minimamente ai due ruoli specifici che genericamente indichiamo come “genitori”.
    Mi riferisco esplicitamente al ruolo della madre, non “mamma”, termine che troppo spesso è utilizzato per connotare noi italiani “mammoni” , “figli di mammà” e altro di più stupido.
    Mi riferisco a quelle madri sempre presenti, giorno sera e notte, alle quali
    abbiamo demandato praticamente tutto.
    Certo è difficile incontrale alla movida di Ponte Milvio.
    Provate a farvi un giretto di giorno; le trovatenei vari mercati rionali, nei supermercati, a spulciare i cartellini dei prezzi, a sommare i centesimi di euro, con una capacità di calcolo sorprendente, che possono risparmiare; il tutto per assicurare a mariti e prole una casa funzionale.
    Mariti che danno per doveroso e scontato questo ruolo, figli che il problema non se lo pongono nemmeno.
    Madri che non scordano mai una data di compleanno o ricorrenze luttuose.
    Mariti che del “c’ho famiglia” hanno fatto un segno distintivo particolare se non un inellutabile destino; figli che pretendono che il loro guardaroba sia sempre in ordine e accessibile per scegliere come addobbarsi, magari per la movida notturna; figli che troppo spesso mentono con i coetanei sull’occupazione della madre o del padre.
    Il mio non vuole essere un penegirico su tali madri o una beatificazione in vita; è che questo ruolo viene sottovalutato dagli stessi che ne beneficiano.
    Certo non tutte le madri sono così ma è un dato di fatto che se ancora la famiglia tiene lo si deve sopratutto a loro.
    Ed è a loro se la famiglia da alcuni anni è oggetto di proposte sociali e politiche.
    Vorrei solo più attenzione da parte di tutti su questo ruolo e il doveroso rispetto che ne deriva.
    Per inciso: per molte di loro la vacanza inizia quando i componenti della famiglia sono in vacanza fuori casa e termina quando rientrano a casa, casa che per loro, mariti o figli che siano, coincide più o meno consapevolmente con le braccia di “mammà”.
    Chi questo ruolo esercita non attende dei “grazie”, che non farebbero male, e nemmeno il riconoscimento di un dato di fatto inoppugnabile; è la loro “mission”, per usare un termine di moda, tradotto in volgare “missione”.

  9. basterebbe un pò di sana educazione. ma è solo utopia. questi ragazzi non sanno neanche cosa significa l’educazione, poichè non la conoscono neanche i loro genitori.

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