Home ARTE E CULTURA Pubblico impiego e donne senza carriera. Rosa Oliva ne parla con VignaClaraBlog.it

Pubblico impiego e donne senza carriera. Rosa Oliva ne parla con VignaClaraBlog.it

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La carriera nel pubblico impiego è ancora un miraggio per molte donne italiane. A cinquant’anni dalla sentenza n.33 della Corte Costituzionale, lo Stato italiano è ancora lontano dal garantire le pari opportunità.

Ne parliamo con Rosa Oliva che nel 1960, con il suo ricorso alla Corte Costituzionale, portò alla cancellazione della norma che impediva l’accesso alle donne alle principali carriere pubbliche.

Rappresentante del Comitato Cittadino per il XX Municipio, Rosa Oliva è promotrice del Comitato per celebrare i cinquant’anni di questa sentenza che, abolendo le discriminazioni di genere nelle carriere pubbliche, impose il riconoscimento da parte della legge dei principi fondamentali sanciti dalla Costituzione agli artt. 3 e 51.

Prima domanda, ma qual è il tuo vero nome, Rosa o Rosanna come tutti ti chiamano? Per l’anagrafe sono Rosa, ma mia madre e tutti in famiglia, da quando sono nata mi hanno chiamata Rosanna, nome che mi piace di più, anche perché suona meglio col cognome. Su mail e Internet ho cominciato a firmarmi ROS e infatti ora alcuni mi chiamano così; forse diventerà il nome da me preferito da qui in poi.

Vada per Ros allora. Vuoi raccontarci in sintesi come nacque il tuo ricorso 50 anni fa, quale fu l’evento scatenante?  Durante i miei studi di Scienze Politiche alla Sapienza appresi che in Italia la Costituzione proclama il diritto di uguaglianza tra i cittadini senza distinzione di sesso, di razza, …. e l’ammissione dell’uno e dell’altro sesso agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza.
Una volta laureata, nel presentare domande ai concorsi pubblici, inoltrai anche quella per la carriera prefettizia, nonostante nel bando tra i requisiti fosse indicato anche quello dell’appartenenza al sesso maschile.
Dopo qualche tempo fui convocata al Commissariato del mio quartiere ed al gentile maresciallo che, con un certo imbarazzo, mi informò che la mia domanda era stata respinta, chiesi di mettere la comunicazione per iscritto.
Col foglietto che il maresciallo aveva scritto a macchina davanti a me, mi recai dal professor Costantino Mortati, col quale mi ero appena laureata, che mi chiese se mi rivolgevo a lui come docente o come avvocato; lo pregai di essere il mio legale e così iniziò la trafila contro l’esclusione delle donne da varie carriere pubbliche, basata sull’applicazione della norma contenuta nell’articolo 7 della legge del 17 luglio1919, n. 1176, e del Regio Decreto del 1920 che individuava tali carriere.  Il Consiglio di Stato rimise la questione alla Corte Costituzionale, che emise la prima importante sentenza in materia di parità dei sessi.
Mi ero ribellata ad un rifiuto illegittimo, non sopportavo che tra quanto scritto nella Costituzione e la realtà ci fosse un divario così netto: perché i miei colleghi maschi sarebbero potuto diventate prefetto, o ambasciatore, o magistrato, e noi no?

Facciamo ora un bilancio di questi 50 anni individuando gli obiettivi raggiunti e gli ostacoli ancora da rimuovere nel percorso delle donne italiane nella Pubblica Amministrazione. Ritengo che siano necessarie in Italia azioni positive. I numeri parlano chiaro: l’occupazione femminile in Italia è pericolosamente al disotto delle percentuali europee, a fronte della sempre più elevata presenza di donne in alcune carriere, come la magistratura, permane la minima percentuale di donne che nella Pubblica amministrazione raggiungono i livelli elevati, e così via.
Questa consapevolezza mi ha spinta, attraverso la celebrazione della sentenza, a provocare un bilancio di questi 50 anni, per lanciarsi in prospettiva verso i successivi 50.
Mi affascinava anche l’idea che in occasione delle celebrazioni si riflettesse sul fatto che la Costituzione incide sulla vita di noi tutti, sul valore del compito di tutore della Costituzione affidato alla Corte Costituzionale, sull’importanza di vivere in un Paese democratico e di difendere quanto acquisito con tanta difficoltà, a partire dalle regole che consentono di essere liberi, ma nel rispetto degli altri e quindi nell’uguaglianza.
Occorrerebbero leggi attuative della Costituzione per assicurare l’uguaglianza sostanziale, e si conoscono già: a livello regionale la legge Toscana sulla cittadinanza di genere e la nuova legge elettorale della Campania, sono esempi da imitare. Per una riforma del sistema elettorale che porti ad un parlamento al 50&50, corrispondente alla composizione demografica del Paese, le opzioni sono più di una, il problema è che il compito è affidato ad un Parlamento prevalentemente maschile.
Sono presidente dell’associazione Aspettare stanca, e non tollero che altri 50 anni possano non essere sufficienti per arrivare alla parità nelle carriere pubbliche, in politica e non solo.
Al Convegno che ha segnato l’avvio delle celebrazioni con l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica, presente il Presidente della Corte Costituzionale, ho lanciato una proposta: ipotizzare ricorsi alla Corte contro le leggi che per omissione non rispettino la volontà del Legislatore costituzionale.
La Costituzione è viva e vitale, va attuata, piuttosto che riformata.

Le donne che fanno carriera e arrivano a sedersi nei posti di comando in Italia sono ancora poche. Marcegaglia in Confindustria, tre ministre dell’attuale Governo e l’unica ambasciatrice italiana su 24 ambasciatori sono rarissime eccezioni. Come lo spieghi? Aggiungerei altre illustri relatrici al Convegno che il Comitato ha organizzato per dare l’avvio alle celebrazioni che dureranno per tutto l’anno 2010. Una donna Giudice della Corte Costituzionale, una donna nel Direttorio della Banca d’Italia, una donna Presidente di sezione della Corte di Cassazione (da pochi giorni è arrivata la seconda), e così proseguendo.
La chiamo la solitudine dei numeri uno: una particolare situazione che colloca l’Italia agli ultimi posti nelle classifiche mondiali.
Le cause sono molteplici, non solo la mancanza di asili nido, ecc., ma una resistenza passiva dell’oligarchia maschile che le donne non sono riuscite se non in parte a contrastare. La grossa novità dell’avanzare delle donne nel Paese non le ha ancora fatte arrivare, salvo eccezioni, fino alla stanza dei bottoni. Se vigesse la meritocrazia anche nei partiti e nella scelta dei candidati e candidate, se avessimo sistemi elettorali chiari e rispettosi della volontà dell’elettorato, se… se….se……

Ros, dopo una lunga carriera, oggi sei mamma e nonna eppure sei sempre in prima linea nelle battaglie per un vivere civile, per una migliore qualità della vita del territorio in cui vivi, Roma Nord. Ma chi te lo fa fare? Ho una passione per l’Inviolatella, nata nel 1976, che non mi lascerà mai. E poi ho un difetto, o una qualità, diciamo che è una mia caratteristica: gli ostacoli mi caricano.

C’è qualche storia di donne che somiglia alla tua? Hanno paragonato la mia vicenda a quella di Rose Parks, la ragazza che negli Stati uniti rifiutò di alzarsi in un autobus per cedere il posto ad un bianco e con il suo no, diede l’avvio alla lotta alle discriminazioni razziali, e anche al caso Rosemary Brown, la giovane che ottenne, attraverso una sentenza, di essere ammessa ad una scuola fino allora riservata ai bianchi.
Sono episodi che precedono di qualche anno la mia vicenda, e che fanno pensare al parallelo possibile tra la discriminazione razziale e quella contro le donne, come affermato già nel diciannovesimo secolo da John Stuart Mill nel suo libro “La schiavitù delle donne ” .
Sono paragoni che mi onorano, ma forse mi riconosco di più con la dottoressa Adele Pèrlici, che fresca laureata in giurisprudenza, dal 1913 sarebbe voluto diventare notaia e dopo anni di inutili tentativi, raggiunta nel 1920 l’iscrizione, grazie proprio a quella legge del 1919 contro una cui norma io avrei in seguito presentato il ricorso, non esercitò mai la professione, tanto è vero che la prima donna notaia italiana è un’altra.

Un’ultima domanda, sei stata consigliera per tre volte negli anni ‘80 e ‘90 dell’allora XX Circoscrizione, oggi XX Municipio. Com’era la politica locale di allora rispetto a quella di oggi?  Tante cose e anche qualche personaggio sono gli stessi di allora, così come il riflettersi a livello locale degli accordi o meno dei livelli superiori, fino a quello nazionale.  Se qualcosa è cambiato, (non vedo molte conseguenze del passaggio al Municipio, se non un moltiplicarsi delle poltrone) purtroppo mi sembra in peggio.
Si è abbassata l’età dei consiglieri, alcuni giovanissimi sono anche seri e preparati, ma altri si comportano esattamente come i più anziani. Le donne non aumentano, allora eravamo in tre, in una consigliatura due elette come indipendenti nella lista del PRI. Pensate: un partito che elegge solo donne. Non a caso io dico spesso che il 50 e 50 è una garanzia anche per gli uomini.
I meccanismi perversi (allora si chiamava consociativismo), oggi la chiamerei omologazione, imperano, soprattutto a livello territoriale, tanto è vero che cambiano le maggioranze ma il successore si considera l’esecutore testamentario del precedente, aggiungendo soltanto qualcosa di suo.
Sarà che con l’esperienza vedo cose sommerse che prima mi sfuggivano, sarà che a volte ho la sensazione come di avere una macchina per i raggi x nei miei occhi, vedo tante cose che non vanno nella politica.
La più grave è che difficilmente chi ha buoni propositi riesce ad emergere e se ci riesce non dura.
La politica, mi disse anni fa un parlamentare, allora socialista, (che dopo qualche settimana avrebbe lasciato il partito), è un setaccio che seleziona al rovescio. Allora credevo molto nella partecipazione, faceva parte di miei slogan elettorali , anche perché il mio primo impegno era stato nei Comitati di quartiere. Sono ancora tra quelli che ci credono.
La partecipazione oggi è facilitata da Internet, cosi come il grave deficit nel sistema dell’informazione viene in parte colmato dall’informazione online – ne è un valido esempio VignaClaraBlog.it – e da strumenti come Facebook.  Ma non basta. I Comitati hanno un ruolo prezioso, che si riduce se chi amministra, invece di avere a cuore gli interessi collettivi, ha altri obiettivi.
Vorrei più donne nelle assemblee elettive, dal Parlamento al Municipio. Significherebbe trovare in politica e nelle amministrazioni persone che hanno maggiormente il senso delle istituzioni e meno integrate nella casta, e mi fermo qui.

Claudio Cafasso

*** riproduzione riservata ***

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4 COMMENTI

  1. Cara Ros,
    come donna sono contenta che tu esista,come tutte quelle donne che prima di te sono esistite soprattutto, per lasciare un segno.
    Ti accomuno a loro per l’importanza che ha rappresentato , quel gesto semplice quasi quotidiano, forte e coraggioso di affermazione di un diritto, chiaro e limpido della nostra dignità , poi nella società, per tutte le donne di oggi e quindi anche per me….
    Come amica Ros, sono felice che le nostre vite, i nostri interessi, i nostri obbiettivi si siano intersecati oggi nella fase,diciamo così riflessiva, della nostra esistenza.
    Donne diverse per carattere forse, per età, ma simili per l’impegno svolto prima verso la famiglia, poi verso la vita con un sguardo sempre rivolto verso la nostra collettività.
    La fortuna di condividere queste similitudini mi porta oggi a potermi sentire più forte per il tuo appoggio, più determinata per le conoscienze che mi hai trasferito, più umile verso quel tuo inesauribile desiderio di approfondimento sociale nell’interesse degli altri…..uomini e donne ovviamente……tua Giò

    Giovanna Marchese Bellaroto

  2. Penso sia molto importante, anche per far conoscere ai giovani una fase della nostra storia, celebrare i cinquant’anni della sentenza della Corte Costituzionale che, in seguito al ricorso di Rosa Oliva, abolì la norma che impediva l’accesso alle donne delle più importanti carriere pubbliche. Fu un vero evento storico, che contribuì a cambiare la società italiana. Veniva per la prima volta stabilita l’effettiva parità delle donne, che comunque dovettero e devono ancora lottare contro pregiudizi e ostacoli di ogni tipo.

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