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Patrizia Ciava e ‘il diritto di vivere’

Per la nostra rubrica cibo per la mente oggi parliamo di “Il diritto di vivere” di Patrizia Ciava e ne parliamo con l’autrice, cittadina di Roma Nord in quanto residente sulla Cassia. Patrizia Ciava ha conseguito la Laurea in Lingue e Letterature Moderne specializzandosi come interprete parlamentare e con “Il Diritto di vivere” e’ al suo secondo romanzo.

Nella Roma degli anni Settanta Trishia e Sandro vivono in una famiglia borghese e benestante, apparentemente felice: genitori comprensivi ed affettuosi, vacanze nei posti piu’ suggestivi, molti amici. A causa del lavoro del padre avevano vissuto molti anni all’estero, interessante nel libro la descrizione del contrasto tra la fredda e compassata Londra, da dove proveniva la famiglia e Roma, solare ed accogliente. Ma Sandro e’ sempre stato considerato un bambino diverso: troppo sensibile, intelligente. L’unico legame che ha con il mondo e’ tramite la sorella. Trishia ripercorre la storia della sua infanzia, la scuola, il liceo, i primi amori, gli amici ed il matrimonio. Qui la scrittrice ci riporta nell’atmosfera di quegli anni con la musica di Claudio Baglioni, dei Rolling Stones come colonna sonora di un’epoca. Parallelamente la sofferenza di vivere di Sandro si acuisce, la sua e’ una richiesta muta di aiuto, perche’ nessuno attorno a lui sembra accorgersi di niente. Il romanzo si divide in due parti: i ricordi e il diario a cui Sandro affida il suo disagio. Sono le pagine più sofferte e commoventi del libro. “L’ho scritto allo scopo di suscitare una maggiore attenzione verso problemi che afferiscono alla sfera psichica, come la depressione bipolare, che riguardano una fascia sempre più consistente della nostra popolazione e mettere in guardia contro le tragiche conseguenze che tale disturbo può comportare” ci dichiara Patrizia Ciava.

Patrizia possiamo considerare il tuo romanzo come un romanzo d’amore? E’ autobiografico? Si, in questo caso l’amore e’ rappresentato dal profondo affetto che lega i due fratelli, punto centrale della storia. Il romanzo e’ autobiografico solo in parte. E’ liberamente ispirato ad una storia vera, basato su una mia dolorosa esperienza personale. Ho sempre pensato che chi scrive principalmente lo fa per condividere emozioni, pensieri, esperienze, nella speranza che possano servire a qualcuno. Tutti i personaggi sono immaginari, anche quelli che nel libro interpretano ruoli realmente esistiti sono stati trasformati.

cover-ciava.jpgVuoi descriverci i genitori di Trishia e Sandro? La madre, che ha avuto diversi problemi sia nell’infanzia sia nell’eta’ adulta, si ammala del Morbo di Parkinson che spesso viene preceduto da crisi d’ansia, depressione, cambiamenti d’umore. Tutto cio’ si ripercuote sui figli naturalmente. Il padre cerca di tenere insieme la famiglia e di negare la realta’ che lo circonda perche’ affrontarla fa soffrire. Non voler vedere la realta’ non significa risolvere i problemi, anzi vengono aggravati, se se ne parlasse la situazione migliorerebbe. Cio’ avviene in molte famiglie, di certi problemi non si parla per una forma inconscia di difesa e di negazione.

Nel libro sono molto ben caratterizzati i compagni di scuola della protagonista. Sono personaggi inventati oppure qualcuno e’ vero? Sono immaginari ma ovviamente mi sono ispirata a personaggi che ho conosciuto realmente, mischiandoli molto spesso, prendendo un tratto di uno, raccontando un episodio di un altro. Molti episodi narrati sono reali, altri inventati. Ho rivissuto il periodo a cavallo tra gli anni settanta/ottanta, quell’affiatamento che c’era tra ragazzi molto diversi tra di loro, lo spirito e la spensieratezza di quel periodo, ma anche la difficolta’ di chi cresce in paesi diversi.

Come Trishia sei cresciuta in diversi paesi d’Europa. Guardandoti indietro cio’ ha significato un vantaggio o uno svantaggio? Direi tutte e due le cose. Crescere in paesi diversi ti apre la mente, ti rende pronto ad accettare le diversita’, pero’ nello stesso tempo crea molti disagi e problemi. Ogni volta ti devi adattare a mentalita’ diverse, a diversi modi di comportarsi e per essere accettati dalla comunita’ li devi fare tuoi, devi cambiare la tua personalita’ e questo crea problemi a livello di identita’ personale. E’ difficile ogni volta reinserirsi, fare amicizie, e’ il problema di Sandro.

 Patrizia, e’ considerato ancora un tabu’ nella nostra societa’ parlare del disagio mentale? Si, assolutamente, viene negato. Nel nostro paese chi va dalla psichiatra viene considerato un “matto”, c’e’ uno stigma sociale. Ma nessuno e’ esente, e’ un problema collettivo che va affrontato. Serve una maggiore prevenzione a livello dell’infanzia e dell’adolescenza”.

Alessandra Stoppini

Un libro è cibo per la mente. Se non sapete cosa donare a voi stessi o ad un amico, regalate cibo per la mente, è un sano nutrimento: “Il diritto di vivere” di Patrizia Ciava Edizioni Libreria Croce pp. 320 Euro 18.

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2 COMMENTI

  1. Ho atteso un momento per farlo arrivare qui nella Svizzera Italiana ma n’é valsa la pena! …E’ un libro bellissimo, profondo, piacevole da leggere. Parla d’amore, di valori veri, di sentimenti verso i propri cari e verso il prossimo, che nella società d’oggi trovano sempre meno spazio.
    Sono inoltre rimasto affascinato dalla capacità di narrazione della scrittrice: capace di emanare “freschezza interiore”, sincerità, bellezza d’animo, che assieme alla sua capacità di “farti accendere” la fantasia, é in grado di lasciarti dentro, a te che leggi, delle piacevoli sensazioni.
    L’ho letto tutto d’un fiato, una pagina tirava l’altra, ed é stato come vedere un bel film: un libro da non perdere, tempo speso bene

  2. Ho finito da poco il libro di PAtrizia e ho scritto i seguenti commenti visto che ho apprezzato la lettura tanto da leggere l’intero romanzo in quattro giorni.
    Brava Patrizia!

    Il libro è scritto con garbo, molto scorrevole e piacevole da leggere. Non ci si annoia mai, e l’ho finito in poco tempo. Sono un’avida lettrice e il tuo libro l’ho divorato. Sopratutto passata la metà dovevo assolutamente finirlo. Penso che sia un pregio se un libro cattura l’attenzione del lettore. Il tuo a mio avviso ce l’ha.

    Evochi la nostra adolescenza e i nostri anni dai 20 ai 30, un mondo che non esiste più. Io più mi guardo indietro e più mi sento fortunata di essere vissuta negli anni ’70 in un mondo “libero” molto più “libero” di adesso, anche se il muro di Berlino ancora non era caduto. Se quello che racconti è quello che veramente hai fatto, beh, potevi girare negli anni ’70 in Paesi tipo Sudan e non essere molestata, non avevi paura. Il mondo era così, almeno il “nostro mondo” !. In quegli anni io sono andata in India in camper passando per Turchia, Iran, Afghanistan e Pakistan e passando il Kyber pass, che oggi si vede ogni tanto in Tv perché c’è stata un’imboscata a qualche giornalista ecc… E dal Nord dell’India sono arrivata a Capo Comorin, e ritorno a Dehli da dove, per fare gli esami a settembre ho ripreso un aereo fino a Francoforte. Se ci ripenso mi dico: ma che cosa è successo al mondo perché io oggi abbia paura se i miei figli mi dicono che vogliono andare in vacanza in MArocco? Lo sappiamo che è successo al mondo, e non mi metto qui a fare polemiche anche inutili, ma non posso che pensare: che peccato!

    La trama “gialla” è avvincente. E i tuoi sogni premonitori, e le tue sensazioni di una presenza che ti voglia dire qualcosa, mi ha ricordato un po’ il film “Ghost”, e comunque io ci credo che possiamo avere un particolare intuito in un certo momento che ci dice: fai questo, o fai quello. E dobbiamo farlo. Mi è successo anche a me. Non si può spiegare, forse i morti riescono a comuncarci delle cose importanti in questo modo, forse è una semplice (anzi complicata ) equazione matematica con calcoli di probabilità complesse (c’è una teoria in matematica che si usa in statistica che avvalora questa tesi). Fatto sta che esiste e che ci porta a fare scelte importanti in momenti importanti.
    .

    Deliziosa la foto alla fine del libro, la grande sorella che guarda il fratellino che guarda la grande sorella. E i ringraziamenti sono belli.

    Il diario di tuo fratello è bellissimo. Se l’hai scritto tu sei bravissima.Io penso che dovresti farne un qualcosa da mettere in scena. Un’opera teatrale. Un lungo monologo, forse, in cui un attore sta in scena e parla e svela la sua vita. Tipo “Il diario di un pazzo” di Gogol che non è un’opera teatrale ma che è stata ridotta per il teatro. Mi è piaciuta l’idea di mettere gli stessi episodi ricordati da due punti di vista diversi: il tuo e quello del bambino. E questo bambino così sveglio e attento e così ingenuo come tutti i bambini(I telefoni nei gabinetti dei ministri mi ha fatto sbellicare dalle risate!) fa proprio tenerezza. Questo suo desiderio di morire sentito in età così giovane, presente lungo tutta la sua vita, è straziante. Il sentimento di inadeguatezza, di incapacità a superare i propri limiti, le proprie barriere…
    E poi ci sono una miriade di piccoli episodi che mi ricordano la mia infanzia e la mia adolescenza: i genitori impegnati in una vita sociale intensa, i bambini che si vestono bene quando ci sono gli invitati per parlare con gli ospiti, la buona educazione (che a me ha fatto molto comodo nella vita!), la lettura di Asterix e Obelix e le battute dei genitori italiani che dicono che i francesi sono sciovinisti, le canzoni, le uscite di gruppo con amici che sognano di cambiare il mondo, senza avere però idee ben precise su come farlo e, molto importante, il sentirsi colpevoli per essere cresciuti da privilegiati, la coscienza di essere dei privilegiati che di fatto ci ha impedito di diventare dei mostri.

    Ci sono altre cose però che secondo me potrebbero essere migliorate nel libro.
    Parti con una scena interessante e salti poi indietro nel tempo. Lo rifai un’altra volta, e questa è una buona trovata. Però quando evochi il passato fai molte “toccate e fughe”, non del tutto superficiali ma poco approfondite. Te le elenco:
    – Il tuo viaggio in Sicilia. Quello potrebbe essere un libro a se stante con la descrizione dei patologici rapporti interpersonali nella famiglia ospite. Sono un po’ abbozzate le ragioni di tanti usi e soprusi, insomma sono spiegate… un po’ ma poi finisce la vacanza e finisce questa parte del libro. Che viene un po’ ripresa alla fine con l’incidente di Margherita ecc… Quella famiglia siciliana dal punto di vista letterario, mi sembra interessantissima, ma parlarne per più pagine di come hai fatto tu, sarebbe stato un romanzo nel romanzo, però parlarne così poco a me come lettore non mi ha soddisfatto.
    – La scuola e i rapporti con i compagni, anche se mi ci sono ritrovata però sembra un libro nel libro ed è tutto dal tuo punto di vista. Tuo fratello appare in secondo piano.
    – I rapporti interpersonali nell’ambiente di lavoro, anche lì toccata e fuga. Tutta la tua storia con André perché la racconti? perché devi dare una lezione alle donne su come comportarsi con superiori cretini? Perché pensi di aver fatto proprio bene e lo dici? perché sei orgogliosa di avergli dato più volte buca anche a rischio de tuo lavoro? e’ lodevole ok, ma nella storia, insomma se non c’era non cambiava niente.
    – Viaggi, anche se mi ci sono ritrovata, ed è bello leggerli, alle volte mi sembrano che abbiano poco a che vedere con la storia di tuo fratello.

    Con questi quattro punti potresti fare quattro romanzi separati, sono degli embrioni di romanzi nel romanzo.
    Nel complesso a me sembra che il libro si divida in due parti: la prima che racconta la storia di una famiglia, dal tuo punto di vista, e la seconda (dalla metà in poi) che racconta la storia di tuo fratello e il suo disagio, sempre dal tuo punto di vista ad eccezione del diario. Le due parti sono belle e potrebbero diventare due libri separati.
    Inoltre, ma questa è un’opinione personale, il libro mi ha lasciato con molta curiosità. Lo fai finire che distruggi l’unica copia indistruttibile del programma di tuo fratello perché così ti ha chiesto. Ma se lui avesse veramente voluto distruggere il programma, perché mai te lo avrebbe lasciato?
    Non capiamo che cosa succede alla società di tuo fratello rilevata dal tuo ex marito.
    Non riesco a sapere e vorrei saperlo, cosa succede alla causa intentata contro Scaprozzi.
    Il programma si autodistrugge e dunque Scaprozzi viene di fatto eliminato? Voglio dire economicamente? E la frode? tutto lasciato così? Ci si dimentica della frode?
    Cosa succede a Mariangela? (mi è piaciuta l’idea di usare il nome Angela per una persona doppia, quasi a sottolinearne l’ipocrisia) Viene chiamata in giudizio?
    Riapri il caso sulla morte di tuo fratello? Cerchi di incriminare coloro che credi abbiano potuto ucciderlo? (Mamma mia se solo ci penso! Che esperienze devastanti per te!)
    Sembra che con la lettera tu abbia voluto dare un taglio diverso a tutta la storia. Dall’ultima lettera sembra che lui si sia effettivamente suicidato, ma è contraddittorio con il diario.
    E che cosa succede al rapporto tra te e Filippo? Una lettrice come me… beh è curiosa.

    Insomma ti ho scritto un romanzo, ma questo mi succede spesso! Spero di non averti annoiato, spero che tu riesca a scrivere una versione teatrale del bellissimo diario di tuo fratello, se lo merita, il diario, ma anche tuo fratello e la scrittrice sorella.
    Un’altra cosa tengo a dirti. Da quel che ho capito tu ti sei sentita molto in colpa per la morte di tuo fratello, per non averlo capito abbastanza e non averlo saputo aiutare. E ti capisco e penso che al tuo posto mi sarei sentita esattamente come te. Anche alla presentazione insistevi che la malattia mentale è incompresa e che il malato di mente, è malato punto e basta. Le malattie mentali devono essere curate come se fossero malattie fisiche perché per altro coinvolgono il fisico. Insomma i malati di mente sono poco responsabili di ciò che fanno. In parte sono d’accordo, e in parte no. Io penso che siamo tutti responsabili delle nostre azioni da adulti e che se siamo malati, è una nostra responsabilità quella di curarci. Capisco i complessi di colpa per non aver capito, prevenuto ecc… ma anche tu come facevi: una figlia, il lavoro, i genitori che stanno male, un marito con molti problemi di lavoro… Ma come potevi fare? non ce l’hai fatta ed è anche comprensibile. Certo col senno di poi tutto è facile, il fatto è che quando le vivi certe situazioni, non riesci a renderti conto di tutto ciò che ti circonda.

    Conclusione: complimenti per il libro, mi è piaciuto e spero che continuerai a scriverne altri. Da quel che ho capito lo hai già fatto.
    Claudia.

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