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    La Piper Generation

    piper-generation.jpgEdito da Lampi di Stampa, da un paio di mesi è nelle librerie “Piper Generationdi Corrado Rizza, un volume quasi interamente fotografico con un audace accosta­mento di testi e circa 200 fotografie scattate tra il ’65 ed il ’70 (numerose delle quali inedite) con le quali vengono ripercorsi gli eventi che resero il Piper Club di via Tagliamento una pietra miliare della cultura pop e dell’emancipazione giovanile romana. Completano il libro le testimonianze di personaggi che hanno vissuto il Piper e che forse sono stati gli artefici del suo successo: da Giancarlo Bornigia e  Alberico Crocetta (proprietari del locale) a Renzo Arbore, da Dario Salvatori a Patty Pravo, Maurizio Vandelli e tanti altri.

    Il Piper, per la nostra e  le successive generazioni, ha rappresentato un luogo mitico, un sogno ad occhi aperti. E pensare che questo vecchio cinema vuoto inizialmente sembrava destinato ad essere utilizzato, da parte di Vittorio Gassman, per il debutto del Teatro Popolare Italiano. E, invece, nel febbraio del ’65 questo cinema teatro viene trasformato, da Giancarlo Bornigia ed Alberico Crocetta, nel primo locale espressamente dedicato ai giovanissimi e alla loro voglia di ballo e di aggregazione: ballare infatti non era più ciò che si intendeva fino ad allora (il ballo di coppia) ma voglia di stare insieme, voglia di sfogo fisico e psichico collettivo.

    Dal punto di vista musicale è certo che al Piper è nata la musica Beat italiana: qui si sono esibiti tutti i gruppi emergenti di quel periodo, dai Rokes all’Equipe 84, ma vi hanno suonato anche gruppi internazionali quali i Pink Floyd e i Procol Harum e si racconta che i Beatles, quando vennero nel ‘65 a Roma, tentarono di passare qualche ora al Piper ma, essendo già troppo famosi, l’enorme folla di giovani che li aspettava davanti all’ingresso li costrinse a ripiegare altrove.

    Sfogliare questo meraviglioso libro per noi, allora sedicenni, è stato un piacevole tuffo nel passato, un tornare nella Roma degli anni ’60 (ancora molto provincialotta rispetto ad altre capitali europee) nella quale però i primi fervori ed i primi brividi propedeutici al ’68 cominciavano a lambire le aule dei licei romani. Infatti i veri protagonisti del Piper furono i cosiddetti “piperini”, i sedicenni di allora chepiper-club.jpg dalle 16 alle 20 di tre pomeriggi a settimana  (la sera era dedicata a ragazzi più grandi) si scatenavano sulle piste ballando il twist, lo shake ed il surf. Il rito era sempre lo stesso: usciti dal liceo, le ragazze tornavano a casa per smettere gli abiti severi di allora ed indossare (di nascosto dei genitori) minigonne e magliette attillate mentre i ragazzi si davano appuntamento al Bowling di viale Regina Margherita (aperto fin dalle 10 del mattino e spesso meta dei “segaioli” ovvero di chi saltava le lezioni) per far passare il tempo in attesa dell’apertura del Piper. Poi, alle 16 in punto, ragazzi e ragazze con la musica nel sangue e la voglia di scatenarsi nella testa si accalcavano davanti all’ingresso del locale che li accoglieva con un’enorme sala illuminata da 350 luci multicolori ed ai cui lati erano disposti cubi luminosi sui quali le ragazze più spigliate potevano salire e ballare. L’impianto sonoro, per quei tempi, era veramente d’avanguardia grazie allo spiegamento di 85 sistemi d’altoparlanti e ad una “buca dell’eco” realizzata sotto la platea.

    patty.jpgLe opere d’arte che decoravano il fondale erano qualcosa di straordinario, forse poco apprezzate dai giovani frequentatori, ma sicuramente anch’esse all’avanguardia per quegli anni: c’erano due Andy Wharol, dei Rotella, degli Schifano, dei Rauchemberg e dei Manzoni. Ma queste opere poco ci importavano; i nostri occhi, lo confessiamo, erano tutti per lei: alle 18 saliva sul palco (sotto il quale ci accalcavamo, insieme ad altre centinaia di ragazzi, in virtù delle smaglianti minigonne indossate) una ragazza bionda, trasgressiva, sensuale, dalla voce che suscitava brividi: Nicoletta, poi Patty Pravo, che magnetizzava l’attenzione dell’intera sala cantando “la bambola” e “ragazzo triste”.    

    Un sentito ringraziamento dunque a Corrado Rizza per questo stupendo volume il cui acquisto consigliamo a tutti coloro che, superati i cinquant’anni, custodiscono gelosamente i ricordi della loro gioventù nella Roma degli anni ’60 nel cassetto delle cose più care, magari insieme ai 45 giri d’epoca.  

    Claudio Cafasso

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