Camilluccia, 39 anni fa la strage di via Fani

Camilluccia, 39 anni fa la strage di via Fani

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Camilluccia, via Fani, 16 marzo 1978: un commando delle BR attacca la scorta di Aldo Moro uccidendo cinque uomini.

Il presidente della DC sta andando alla alla Camera per la fiducia al quarto governo Andreotti, che vede il concorso diretto del PCI per la prima volta.

Pochi secondi per la strage e il rapimento. In via Fani muoiono il maresciallo Cc Oreste Leonardi e l’appuntato Domenico Ricci, il vicebrigadiere di PS Francesco Zizzi e gli agenti Giulio Rivera e Raffaele Iozzino. Moro verrà trovato ucciso il 9 maggio 1978.

Un dramma che ha segnato indelebilmente la nostra memoria collettiva, un avvenimento che ha cambiato per sempre la storia del nostro paese.

Anni di ricostruzioni, fiumi d’inchiostro

Esiste una sterminata bibliografia sul caso Moro, impossibile fare un elenco di tutti gli autori che nel corso degli anni vi hanno dedicato le proprie energie.

Così come anche innumerevoli sono stati i dossier, i documentari, le interviste, gli approfondimenti giornalistici.

Senza contare che anche il cinema si è interrogato parecchio sulla questione, basti citare, tra le tante, due pellicole che hanno fatto epoca come Il Caso Moro (1986), di Giuseppe Ferrara, o il più recente Buongiorno Notte (2004), di Marco Bellocchio, che analizzava il sequestro dalla prospettiva inedita dei rapitori.

Tuttavia, anni e anni di ricostruzioni, litri e litri d’inchiostro versati, milioni di parole spese non sono riusciti a chiarire i numerosi punti oscuri di una vicenda che ha lasciato in sospeso parecchi interrogativi destinati probabilmente a rimanere tali.

E’ anche vero però che parliamo di un capitolo della nostra storia dalla fortissima attrattiva, dal fascino storiografico irresistibile e seducente che ha portato chiunque gli si sia accostato con un minimo di curiosità e attenzione – per studio, lavoro o semplice interesse personale – ad appassionarvisi fino a volerne approfondire avidamente ogni piega più nascosta.

Perchè proprio Moro?

E allora vale la pena ripercorrere le fasi salienti dell’agguato e dei relativi antefatti, anche se – va detto – non abbiamo certo la pretesa di rivelare qualcosa che non sia già stato scritto o detto in tutto questo tempo.

Tuttavia, in un paese che ha in passato più volte dimostrato di saper perdere la propria memoria con una rapidità impressionante, repetita juvant. Sempre.

Così, ad esempio, ci si può chiedere perché fu scelto proprio Aldo Moro come vittima sacrificale sull’altare della simbologia brigatista.

Il direttivo dell’organizzazione terroristica si riunì più volte per discuterne. La lista dei papabili era molto lunga, e ogni soluzione comportava il vaglio approfondito di tutti i rischi ad essa collegati.

Ma nonostante la rosa delle possibili soluzioni fosse molto ampia, la linea era univoca fin dall’inizio: la vittima doveva necessariamente appartenere alla Democrazia Cristiana ed essere un nome di punta del partito, dal momento che scopo principale dell’azione era colpire simbolicamente quel potere che da più di trent’anni lo scudo crociato esercitava in ogni ambito della società civile.

La Democrazia Cristiana era allora il partito di maggioranza relativa. Nel giugno 1976 si trovava al 38 per cento, incalzata dal PCI di Berlinguer al 34,4.

Moro era il candidato in pectore alla presidenza della Repubblica. A giugno le camere sarebbero state chiamate a scegliere il successore di Giovanni Leone e sembrava chiaro che spettasse proprio a lui dirigere dal Quirinale l’alleanza tra PCI e DC.

All’epoca il vero nemico delle Brigate Rosse non erano più le avanguardie neofasciste più o meno dichiarate, ma quella struttura di potere che, celandovisi dietro, ne muoveva i fili e che aveva nella piccola e media borghesia la sua rappresentanza nella società.

Moro fu scelto perchè era l’anima di quel sistema, la personificazione di quella struttura di potere tentacolare che si era andata edificando nel nostro Paese a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale e che muoveva da istanze opposte a quelle del proletariato.

Le Brigate Rosse coniarono anche una nuova espressione per indicare questa sovrastruttura istituzionale celata dietro l’apparente patina di democraticità: Stato Imperialista delle Multinazionali (SIM).

I suoi tratti principali erano: la formazione di un personale politico imperialista; una rigida centralizzazione delle strutture statali sotto il controllo dell’Esecutivo; l’annientamento come forma integrata della controrivoluzione preventiva.

Per le medesime valutazioni che avevano portato alla scelta di Moro, in precedenza la direzione strategica delle BR aveva puntato l’attenzione su altri maggiorenti della DC.

Le piste più calde erano state quelle che portavano ai nomi di Amintore Fanfani e Giulio Andreotti, ma le difficoltà di carattere logistico prevalsero sul resto e l’attenzione si spostò altrove.

Su Moro, che era molto più “accessibile” anche in virtù delle sue abitudini, della sua schematicità e dei suoi piccoli rituali giornalieri che rendevano più agevole la sua “messa a fuoco”.

Il presidente DC era solito recarsi ogni mattina a pregare nella chiesa di Santa Chiara, in Piazza dei Giuochi Delfici, a Vigna Clara, poco distante dalla sua abitazione situata in via del Forte Trionfale 79.

Nel tragitto era sempre scortato, motivo per cui un eventuale conflitto a fuoco sul piazzale antistante il sagrato avrebbe rischiato di coinvolgere gli ignari passanti.

Venne quindi studiato un piano alternativo che comportò mesi di appostamenti per studiare il tragitto percorso da Moro e individuare il punto più idoneo all’assalto anche in virtù del maggior numero possibile di vie di fuga.

Tale snodo fu individuato in via Fani, all’altezza dell’incrocio con via Stresa.

In quel punto, ogni mattina il fioraio Antonio Spiriticchio parcheggiava il proprio furgone. Se l’azione si fosse svolta lì – come poi avvenne – sarebbe stato oggettivamente difficile per il commando evitare di uccidere una persona che non c’entrava nulla, oltre al fatto che il suo veicolo sarebbe stato di ostacolo alla fuga.

Per questo motivo anche il fioraio venne più volte pedinato nei giorni precedenti l’agguato e la notte prima dell’operazione gli furono squarciate tutte e quattro le gomme per impedirgli di recarsi al lavoro il mattino seguente.

L’assalto al convoglio di scorta del presidente DC venne preparato minuziosamente. Alcune riunioni preliminari della colonna romana delle BR si erano svolte in un villino affittato ai Castelli Romani, alla presenza di militanti e componenti il comitato esecutivo.

La data scelta per il blitz era il 16 marzo, lo stesso giorno in cui il nuovo Governo guidato da Giulio Andreotti si presentò ufficialmente in Parlamento e ottenne la fiducia grazie anche all’appoggio del PCI.

La coincidenza temporale, però, come assicureranno in seguito i brigatisti, fu del tutto casuale.

La camera voterà alle 20,35: a favore del governo, democristiani, comunisti, socialisti repubblicani, socialdemocratici, demonazionali e sinistra indipendente.
Contro, liberali, missini e demoproletari. Si astennero gli altoatesini della Volkspartei. Nella notte anche il Senato voterà la fiducia.

Secondo molti analisti, se non ci fosse stato il sequestro Moro, il PCI di Enrico Berlinguer non avrebbe mai votato un esecutivo che non presentasse elementi di discontinuità rispetto al precedente, un monocolore DC che si reggeva essenzialmente sull’astensione dei comunisti (il cosiddetto Governo della “non sfiducia”).

Il Governo di solidarietà nazionale durerà invece poco più di un anno e la sua caduta porterà alle elezioni anticipate del giugno 1979, che vedranno una tenuta della DC e un sensibile calo del PCI.

Quella mattina sembrava un giorno come tanti

Moro uscì di casa un po’ in anticipo. Prima di andare alla Camera doveva fare una sosta al Centro Studi Alcide De Gasperi, in via Camilluccia, che era comunque di strada.

L’agguato scattò subito dopo le 9:00. Moro viaggiava su una Fiat 130 condotta dall’appuntato dei carabinieri Domenico Ricci affiancato dal maresciallo Oreste Leonardi.
Il presidente DC si trovava, come sempre, sul sedile posteriore e teneva in grembo le sue borse.

Di scorta alla sua auto ve ne era un’altra, un’Alfetta della polizia guidata dalla guardia Giulio Rivera, accompagnato dal brigadiere Francesco Zizzi e dall’altra guardia, Raffaele Iozzino.

Giunta all’incrocio con via Stresa, l’auto del presidente si trovò improvvisamente di fronte una Fiat 128 bianca con targa riservata al corpo diplomatico che, dopo aver percorso alcuni metri in retromarcia, inchiodò all’altezza del segnale di stop.

La 130 inchiodò a sua volta e l’Alfetta di scorta che sopraggiungeva da dietro la tamponò violentemente.

Dalla 128 scesero due uomini armati e a volto scoperto che si portarono ai lati della 130. Con il calcio di un fucile ne infransero tutti i vetri tranne uno, il posteriore sinistro, e iniziarono a sparare all’impazzata dentro l’abitacolo.

In quel preciso istante, alcuni individui che erano appostati sull’altro lato del marciapiede e che – a detta di alcuni testimoni – indossavano divise blu simili a quelle dell’Alitalia, estrassero dai giubbotti delle pistole mitragliatrici e iniziarono, pure loro, a sparare all’indirizzo degli agenti di scorta uccidendoli tutti tranne uno – Francesco Zizzi – che verrà trasportato d’urgenza al policlinico Gemelli e morirà qualche ora dopo.

Neutralizzati tutti gli agenti, i brigatisti afferrarono Moro per un braccio e lo trascinarono fuori dall’auto dopo averlo stordito con un batuffolo di ovatta imbevuto di cloroformio.

Moro venne poi caricato a bordo di una Fiat 132 di colore blu, sopraggiunta nel frattempo, che partì a tutta velocità diretta verso via Trionfale, preceduta dalla Fiat 128 bianca e seguita da un’altra 128 di colore blu.

Le tre auto imboccarono poi via Carlo Belli e da lì via Casale De Bustis, facendo perdere le proprie tracce.

La 132 verrà ritrovata qualche ora più tardi in via Licinio Calvo 1, mentre una delle 128 sarà rinvenuta il mattino seguente all’altezza del civico 23 della stessa via.

Pochi minuti dopo, sul luogo dell’assalto giunse la polizia. Vennero repertati un berretto da ufficiale dell’Alitalia (acquistato – si appurerà – la sera del 10 marzo in un negozio di via Firenze da una donna apparentemente sui venticinque anni), una borsa in similpelle nera recante anch’essa la scritta in stoffa Alitalia, una paletta del ministero dell’Interno, bossoli di vario calibro e baffi finti di colore nero.

L’azione, secondo i racconti dei testimoni, era stata realizzata da un commando formato da almeno dieci militanti tra i quali era presente una donna (presumibilmente la stessa che aveva acquistato il berretto, poi identificata come Barbara Balzerani) che all’incrocio con via Stresa aveva provveduto a regolare il traffico con una paletta.

In più sembrava vi fossero altri due uomini che viaggiavano su una moto Honda di grossa cilindrata, che fecero fuoco contro Alessandro Marini, un passante che proprio in quei concitati frangenti si trovò a transitare per caso in via Fani con il suo motorino e che per poco non fu centrato dai proiettili. La circostanza della moto è però sempre stata smentita dai militanti.

Tornando invece alla scena dell’attentato, alla fine della sparatoria si contavano sul terreno un totale di cinque corpi martoriati dal fuoco brigatista, due auto crivellate dai colpi di mitraglietta, sangue sparso dappertutto e una quantità pressochè illimitata di bossoli.

Diversi testimoni che, uditi gli spari, si erano affacciati dalle finestre dei palazzi circostanti concordarono inoltre sul particolare che i rapitori indossavano delle tute da aviatori e che, dal modo in cui sparavano, avevano tutta l’aria di essere dei veri professionisti.

Due circostanze dalla spiccata singolarità non possono tuttavia essere trascurate.

La prima riguarda il fantomatico rullino fotografico contenente alcuni scatti che un carrozziere della zona aveva realizzato sulla scena della strage immediatamente dopo la mattanza. La pellicola fu da lui stesso consegnata al magistrato e da questi inviata agli uffici competenti, ma poi sparì misteriosamente facendo perdere ogni traccia di sè.

La seconda è che intorno alle 9:45 in tutta la zona dell’agguato si registrò un black-out delle linee telefoniche che nessuno è stato mai in grado di spiegare.

E si potrebbe anche rilevare una terza stranezza: un’ora dopo l’imboscata, sulla scena del delitto accorse Eleonora Moro, la moglie del presidente DC, che alla domanda su quale spiegazione riuscisse a darsi dell’accaduto rispose che erano state le Brigate Rosse, senza che però vi fosse stata ancora alcuna rivendicazione in merito.

Quando vide i corpi degli agenti a terra la donna esclamò anche: “Li conoscevo tutti, erano bravi ragazzi. Perché prendersela con loro ?”.

La rivendicazione non tardò comunque ad arrivare. Circa mezz’ora dopo, infatti, i brigatisti telefonarono all’ANSA dicendo che avevano rapito il presidente della DC e ucciso tutti gli agenti della scorta.

Nel frattempo sulla scena dell’agguato la scientifica eseguiva i rilievi necessari e i cadaveri degli agenti venivano portati via. Aldo Moro, però, era già lontano…

Come finì lo sappiamo. Dopo cinquantacinque giorni il corpo esanime dello statista verrà ritrovato nel bagagliaio posteriore di una Renault 4 in via Caetani, e da quel momento niente sarà più come prima.

Valerio Di Marco

Via Mario Fani, Roma, RM, Italia

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