Storie e ricordi di Ponte Milvio che fu

Storie e ricordi di Ponte Milvio che fu

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Oggi vediamo piazza Ponte Milvio con le attività commerciali che brulicano, strozzata dal traffico, vivace di giorno e convulsa di notte. Ma com’era vivere Ponte Mollo all’epoca degli attuali novantenni, quando chi ci veniva dal centro di Roma diceva “annamo fori porta”, quando c’era “la fraschetta” e sulla piazza ci si giocava a pallone, quando lo Stadio dei Marmi ancora era spoglio?

Sono cresciuta tra l’odore del caffè in grani, la crema sul cappuccino, la glassa zuccherina dei cornetti e questo ha reso la mia infanzia particolare, rispetto a quella dei miei amichetti di allora. Il bar era il naturale prolungamento della mia casa, che si trovava a cento metri più in là.
Ma chiamarlo bar è riduttivo: quel locale era un salotto, la succursale della Caritas, un deposito bagagli, una farmacia, un asilo d’infanzia, un circolo ricreativo, un luogo amico per tutti. Faceva parte di un palazzotto antico al centro di Piazzale Ponte Milvio, dove al piano superiore c’erano due appartamenti e sotto la “Porchettara” l’Osteria e, appunto, il mio bar.”

Queste le parole di Silvana Landi, “pontemollara” doc e nostro trait d’union con la mamma,  Valeria Scaramella, classe 1927. Una signora di novant’anni dalla lucidissima memoria, che ha vissuto il Ponte Milvio che fu e che in un lungo pomeriggio ci ha regalato storie e ricordi di com’era la vita sulla piazza dagli anni ’30 in poi.

Valeria ha iniziato a lavorare nel suo Bar-Osteria Scaramella, situato sul Piazzale al civico 11, dove oggi troviamo un ristorante e qualche anno fa vi era una banca.

Bar Scaramella 1Aveva solo nove anni quando il padre le chiese di lavorare, era il 1936 e la mentalità dell’epoca voleva che i figli maschi si dedicassero allo studio. Così, nonostante fosse una bambina amante della scuola, Valeria dovette lasciare l’istruzione per dedicarsi all’attività di famiglia.

Erano gli anni in cui si stava costruendo il Foro Italico e ogni giorno gli operai passavano davanti il locale e durante la pausa pranzo, o a fine della giornata di lavoro, sedevano ai tavolini situati all’esterno consumando il proprio “fagotto” portato da casa, bevendo un buon bicchiere di vino, tra chiacchiere allegre.

Nonostante siano passati molti anni da quando Valeria fu costretta a vendere il locale alla banca, era il 1989, ancora oggi conserva la licenza: “il Bar Scaramella è nato con me, e morirà con me” afferma con gli occhi lucidi, mentre ripercorre i corridoi della memoria.

Ogni mattina, alle 4.30, Valeria veniva svegliata dal campanello di casa: era Romoletto, il banchista del bar, che aspettava sotto la finestra il lancio delle chiavi così da poter alzare le serrande del locale e  accendere la macchina del caffè (ne faceva una decina a vuoto), in modo che fosse tutto pronto per l’arrivo dei clienti. Valeria, poco più tardi, verso le cinque, percorreva la strada da casa all’Osteria, pronta per una nuova giornata di lavoro.

Davanti all’ingresso i primi clienti, all’alba, erano le prostitute della zona che, infreddolite e stanche per la nottata, aspettavano solo di fare una buona colazione con i cornetti sfornati dal pasticcere e un caffè caldo. Poco dopo Dario, il giornalaio, portava i quotidiani che venivano messi a disposizione dei clienti che non tardavano ad arrivare fin dalle prime luci del mattino.

Alle sette e mezza si assisteva alla processione delle casalinghe che andavano a fare la spesa di buon’ora, poi gli scolari, insieme ai commercianti che avrebbero aperto le attività per le otto. Impiegati, e pensionati arrivavano con più calma.

Insomma, tutti sulla piazza si recavano al Bar Scaramella per la colazione, accompagnata dall’odore del buon caffè di Romoletto e dal sorriso gentile di una bambina che era già donna.

Il quartiere, a quei tempi, era la famiglia con cui condividevi la giornata, le gioie e i dolori, e in questa atmosfera il Bar Osteria Scaramella, era il “salotto” più popolato.

Bar scaramella 2La moralità e il rispetto del tempo volevano che tutti fossero disponibili per chiunque nella zona: ci si accordava per non lasciare i clienti di zona senza latte o caffè nei giorni di festa, e se qualcuno era in difficoltà, non ci si pensava due volte e nella discrezione più assoluta si tendeva una mano, senza aspettarsi nulla in cambio, perché ci si trovava tra amici, parenti, fratelli e sorelle.

Ognuno aveva la sua importanza, il suo mestiere e si collaborava per la vita del quartiere: la genuinità e l’amore per la propria zona, un qualcosa che il tempo e la vita frenetica hanno lasciato nel passato, nei ricordi di coloro che ancora hanno la voglia di raccontare com’era la vita ai tempi della Guerra, quando non vi erano tanti soldi, ma non importava, perché si aveva sempre qualcuno su cui poter fare affidamento.

Quando tendere una mano era qualcosa di gratuito, che si faceva spontaneamente, perché la cosa più importante era il benessere delle persone con cui si condivideva la vita, il quotidiano.

L’alluvione del 1937

Un evento che ha caratterizzato la storia di questo spicchio di romanità è quello relativo all’alluvione del 17 dicembre 1937.

alluvione 1937-1Ponte Milvio, il cui Piazzale si trova a pochi passi dal Tevere, ha vissuto nei secoli diverse piene. Dal 1277, data in cui fu registrato uno dei maggiori straripamenti, circa 16m di altezza dell’acqua, fino ai giorni nostri, il fiume della capitale e le piogge hanno spesso messo in difficoltà le zone adiacenti alle rive, soprattutto nel periodo precedente alla costruzione degli argini.

Nel 1937 una di queste piene mise in ginocchio i commercianti e i residenti di Ponte Milvio. Il livello delle acque raggiunse i 16,84 metri di altezza dal livello normale del fiume e la portata massima toccò i 2.750 /s: la piazza si trovò così coperta da oltre un metro abbondante di acqua.

alluvione 1937-2I commercianti ed i residenti passarono giorni cercando di “asciugare” i locali, mentre le cantine furono completamente sommerse. Molti negozianti subirono forti danni dovuti alla perdita delle merci rese invendibili dall’acqua e dal fango.

Ma i danni maggiori li subirono le costruzioni adiacenti all’argine, soprattutto le baracche che erano state costruite direttamente sulla riva e nelle quali abitavano diverse famiglie.

alluvione 1937-3Quella delle piene non era una novità per questa zona, ma quella della fine degli anni Trenta risultò essere una delle più violente. In alcuni palazzi antichi è possibile ancora oggi trovare la targa a ricordo.

La piazza ai tempi della guerra

Ascoltare Valeria, mentre scava tra i suoi ricordi ancora così vividi nonostante siano passati ormai decenni, lascia una porta aperta su un mondo così distante da quello di oggi: è possibile immaginare com’erano le strade, i negozi, le persone, con i modi genuini dell’epoca.

via orti della farnesina oldPonte Milvio negli anni Quaranta, quando era considerata “fuori porta”, quando via della Farnesina era costeggiata dal prato e non da palazzine, quando via Orti della Farnesina finiva, poco dopo dove ora c’è il ponte dell’Olimpica, davanti al grande cancello della tenuta a vigneti della contessa Clara Stelluti, quando il mercato si teneva tutti i giorni sulla piazza, quando il tram numero 1 attraversava direttamente il ponte, un ponte che era quasi un “confine” che divideva questa parte di Roma dal resto della città. Ecco i ricordi di Valeria.

Partendo dall’angolo, dove c’è il chiosco della “grattachecca”, vi era un ambulatorio medico; a seguire la merceria e la latteria della famiglia Caccialupi, gestita dalle sorelle, Lucia e Silvana. Comprare il latte allora era una routine, acquistato fresco ogni giorno, e non vi era altro luogo se non quello: nei tempi in cui la vita era meno frenetica e ci si trovava volentieri per una chiacchiera.

A seguire, risalendo lungo il marciapiede, c’era l’Ottica di Alvaro poi, superata via dei Prati della Farnesina, prima la “Porchettara”, e poi il Bar Osteria Scaramella e tra i due locali un portone dal si accedeva alle abitazioni situate nei piani superiori.

Continuando si incrociava la “Pizzicheria Graziani”, il “Vini e Olio” ed il panettiere, Del Maro. Accanto al panificio ecco “Sor Peppino”, il calzolaio, che vestiva i piedi di chiunque con i suoi quattro modelli di scarpe, sempre gli stessi, ma che a quei tempi erano più che sufficienti.

Poco più in là la Farmacia degli Spadazzi, ai quali ci si rivolgeva per curare ogni male.
Valeria ci racconta come il dottore facesse da sé le pasticche per il mal di gola, con un fornelletto, cucinando le diverse erbe: eucalipto, mentolo ed altre ancora, quelle pillole che ricorda come miracolose. Il farmacista era un personaggio importante della zona, era tipico rivolgersi alla Famiglia Spadazzi qualunque fosse il problema di salute.

Era cosa dell’epoca aiutarsi a vicenda, così quando qualcuno era in difficoltà, i commercianti più in vista si ritrovavano per dare una mano. Tutto questo avveniva con discrezione, in silenzio, perché non si voleva mettere in difficoltà nessuno: ci si aiutava come in una famiglia, senza vanti, “il bene si faceva in casa”, perché quello che contava era sapere di poter fare affidamento gli uni sugli altri.

Proseguendo il cammino tra le memorie, come non citare un luogo, che ancora oggi, costituisce uno dei riferimenti maggiori della zona: l’Antica Trattoria Pallotta, un ristorante pizzeria che dal 1820 ha visto passare generazioni e generazioni.

Accanto c’era Sementi, l’unico negozio dell’epoca che è ancora presente. A seguire la Gelateria, e quando aprì il padre di Valeria smise di vendere il gelato: la mentalità dell’epoca voleva che ci fosse rispetto reciproco, nessuno voleva togliere il lavoro al proprio vicino.
E che gelato quello della gelateria! Veniva fatto ogni giorno a mano con latte fresco e uova, conservato grazie al ghiaccio arrivato in mattinata e che la sera, quando ormai era sciolto, veniva regalato ai bambini che facevano gran festa.

Sulla piazza si trovava anche Flavio, il barbiere, che tagliava capelli e barba a tutti nella zona, se si aveva bisogno di “dare un taglio” o una semplice ritoccata ci si affidava solo a lui.

Dal lato opposto c’era l’edicola, e c’è ancora. Gestita allora da Dario “il nanetto”, un personaggio curioso, conosciuto e benvoluto da tutti. Valeria racconta di quando arrivò il Circo Orfei e Dario fece un giro sull’elefante.

Mentre ripensa alla vicenda ride, ma il suo sguardo lascia trasparire una dolce malinconia, gli occhi di una donna che ha vissuto i suoi anni in un quartiere che ha perso molto nel tempo.

funerale a ponte milvioRicordi di giorni difficili: c’era la guerra, la crisi economica, ma tutto questo veniva affrontato con il sorriso e con vicino persone sincere, unite da un affetto che ad oggi si può solamente raccontare.

La piazza come una famiglia

Ma com’era vivere a Ponte Mollo a qui tempi? Non solo un quartiere, negli anni Quaranta il Piazzale era il cuore della zona.

Come nelle più classiche delle famiglie vi era una gerarchia sociale: prima di tutto il rispetto per gli anziani, i cui racconti rappresentavano un bagaglio culturale senza paragoni. E i loro consigli venivano seguiti da tutti, dai più piccoli fino agli adulti.

Si creavano delle vere e proprie cerchie intorno a loro le cui storie parlavano della Prima Guerra Mondiale, dei commilitoni e degli amori dei primi anni del Novecento. Veniva dispensati insegnamenti di vita vera, vissuta.

Gli uomini si occupavano del mantenimento della famiglia e le donne della cura della casa. I ragazzi più giovani, per imparare il mestiere si affidavano ai propri conoscenti, chiedendo di poter lavorare all’interno di qualche attività presente nella zona.

La regola d’oro consisteva nel chiedere un posto di lavoro prima all’interno del quartiere e, solo dopo, se non si trovava nulla di disponibile, si cercava altrove. La mentalità dell’epoca, di fatti, voleva che chiunque lavorasse per i propri vicini e amici, per far crescere e prosperare Ponte Milvio.

Una zona “fuori porta” quella di quegli anni, dove non era permesso agli estranei nemmeno di guardare le donne e le ragazze che venivano “protette” dagli uomini come se fossero delle sorelle minori. Valeria racconta di aver assistito a diverse azzuffate causate da sguardi indiscreti.

Le risse non erano cosa rara, anche tra amici: spesso e volentieri da semplici battibecchi si passava alle mani. Vi erano però delle regole non scritte, ma che venivano rispettate: non si picchiava chi portava gli occhiali, non ci si intrometteva nelle discussioni altrui, non si creavano disagi all’interno dei negozi.

I problemi venivano risolti su Piazza e nella maggior parte dei casi, una volta “fatti i conti”, si finiva a bere un buon bicchiere di vino, con qualche livido e qualche dolore, ma sempre con il sorriso, come fanno dei fratelli.

Gli anni della Guerra

Siamo negli anni del Fascismo, nei tempi dei Figli e Figlie della Lupa, e nel 1940 l’Italia entra ufficialmente in guerra.

ponte milvio dall'altoMussolini il 10 giugno tenne il famoso discorso con il quale dichiarava l’ingresso dell’Italia nel conflitto. Ogni strada, ogni palazzina, ogni attività commerciale, ogni piazza di Roma venne decorata con gli ornamenti fascisti. Le piazze delle città italiane brulicavano di gente, accalcata per ascoltare le parole dal Duce, amplificate grazie agli apparecchi della RadioMarelli, i quali furono predisposti anche nelle maggiori piazze italiane, da Genova a Milano, Torino e Forlì, fino a Bari.

Ponte Milvio in quel giorno si riempì, tutti erano in fermento per ascoltare. Il Bar Scaramella aveva la radio accesa, pronta a trasmettere la voce dal balcone di Piazza Venezia. Il fermento portò la gente a salire sui tavoli per ascoltare meglio, poiché il volume era basso e la voce metallica rendeva difficile comprendere ogni parola.

Il Signor Scaramella, in balia del caos che si stava creando nel proprio locale, “spense” la voce del Duce; poco ci mancò che fu costretto a fuggire dal retro del Bar, tra gli insulti dei presenti che avevano visto di malocchio quel gesto. La radio venne nuovamente accesa e tutti si calmarono.

Gli anni della Guerra furono duri, caratterizzati dalla crisi economica, che portò a quella che veniva chiamata “borsa nera”. La mancanza di alimenti costringeva i commercianti di Ponte Milvio a recarsi nei paesi fuori città per acquistare cibo, vino e sigarette di provenienza estera. Questi prodotti venivano venduti sottobanco e chiunque fosse sorpreso veniva immediatamente incarcerato.

ponte-milvio-anni-30Tuttavia, spostando lo sguardo dalle atrocità della guerra e dalle difficoltà connesse a questa, vi furono anche momenti di serenità, almeno per i più piccoli, nel giorno dell’Epifania quando la befana veniva festeggiata – pur se in divisa militare – sulla piazza dove gli attivisti della Casa del Fascio donavano giocattoli.

Sono gli anni della costruzione del Foro Italico, e non era raro assistere alle traversate sul Tevere delle barche cariche del marmo di Carrara. Tipica scena era anche la “transumanza”, il passaggio delle pecore per il piazzale e per le vie del quartiere.

Inoltre, sulle rive del Tevere, prima che fossero costruiti gli argini come li conosciamo oggi, erano situate delle baracche, abusive, dove abitavano diverse persone. A quei tempi era possibile anche fare il bagno nel fiume e pescare le ciriole.

Qualche anno dopo

Con la fine della Guerra iniziò la ripresa economica e anche Ponte Milvio fiorì: nuove attività commerciali, nuove abitazioni, nuove persone che vennero a popolare la zona.

Facendo scorrere l’orologio avanti nel tempo, negli anni Sessanta, tipica era la festa della Chiesa. L’ambiente di quei tempi, era quello tipico di un piccolo paese e, come in tutti i paesini, si teneva la festa in Piazza, in questo caso dedicata alla Madonna.

Vi erano i banchetti dei dolci, dove si potevano trovare i mostaccioli e le gocce di zucchero, simili a delle meringhe, con il liquore. Poi vi era il baldacchino delle pesche e le bancarelle con i giochi per i bambini, tra i quali vi era una pallina piena di segatura, legata a un cordino, che rappresentavano uno dei maggiori divertimenti per i più piccoli del tempo. Le persone trascorrevano la giornata in Piazza, condividendo il momento di festa, tra chiacchiere e divertimenti.

Nei weekend era possibile assistere allo spettacolo di Mangia Fuoco, un uomo alto, con i capelli lunghi di un biondo platino, che a petto nudo nella Piazza intratteneva gli spettatori con giochi di prestigio. In vita si legava una catena di metallo e con la sola forza delle mani riusciva a spezzarla. Affascinava con giochi con il fuoco e tutti restavano attoniti nel guardarlo sputare fiamme.

Sempre negli anni Sessanta, il Cinema Aurora, in Via Flaminia, nei pomeriggi invernali offriva lo spettacolo “Varietà”. Il palco si riempiva di giovani ballerine ben “in carne” che intrattenevano gli spettatori con le loro coreografie.

Tra il mercato della mattina, il Varietà nel pomeriggio, tra un bicchiere di vino e una passeggiata lungo le rive del Tevere, la vita a Ponte Milvio offriva un quartiere che, a quei tempi, era considerato da chi vi abitava una “casa a cielo aperto”, condivisa con i propri conoscenti, considerati più come fratelli che amici.

Francesca Romana Papi

Ndr: la prossima settimana altri ricordi e storie.

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15 COMMENTI

  1. Onore a te Valeria e un grazie di cuore alla lupacchiotta Silvana di averci raccontato questo spicchio di ponte milvio dei tempi passati. ..ciao ciro

  2. Mia madre, appena sposata, abitava all’inizio di via della Farnesina e per andare in Centro prendeva il tram a piazza Ponte Milvio: mi raccontava che per il fango perenne sulla strada era costretta a mettere delle vecchie scarpe che poi cambiava quando scendeva dal tram a piazzale Flaminio / anni 1930.

  3. Sono la pronipote di Buzzi Giuseppe ferramente di pontemollo dai primi del novecento la mia famiglia ha lasciato l’officina di fabbro e nel 1984 eravamo a Via Tor Di Quinto 31/F, la mia infanzia l’ho passata girando in bicicletta per Via Flaminia Vecchie e via Riano, dovo sono quei bei tempi quando tutti si conoscevano e mio nonno il Sor Toto era orgoglioso di essere nato a Ponte Mollo. Spero che Ponte Milvio torni al suo splendore.

    • io sono nato a via riano 14 il 1946 di fronte c’era 1 allevamento di levrieri mio padre renato lo chiamavano carnera xke faceva il pugile di conseguenza noi figli i carneretta chi lo ricorda mio padre

    • io mi ricordo che, prima ancora era in via della farnesina 11. conoscevo bene tutta la famiglia! ero la loro mascotte. ero sempre tra i piedi.Mi chiamavano lip lap. un saluto.

  4. Grazie Francesca per aver raccolto questa preziosa testimonianza.
    Mia nonna, negli anni ’30-’40, aveva un piccolo alimentari al lato dell’attuale pasticceria Marcucci, forse i più anziani la ricorderanno (la sora Fefa). Ho ricordi meravigliosi di quando ero piccolo ma anche tutti quelli che mi trasmise mia madre, con i suoi racconti.

  5. Da poco dopo la fine della 2° guerra mondiale mia madre ha fatto la parrucchiera nel piccolo negozio a fianco di quella che all’epoca era chiamata la Farmacia Spadazzi. Nel piazzale antistante ogni mattina si svolgeva il mercato all’aperto: in tempo di elezioni sullo stesso piazzale si svolgevano i comizi. Ricordo quello che tenne Giorgio Almirante perché si mise a provocare dal palco gli operai che di ritorno dal cantiere stavano facendo merenda, mangiando la porchetta sui tavolini all’aperto davanti al negozio di Scaramella: finì a botte in un parapiglia generale e dovette intervenire la polizia che con una camionetta provò ad inseguire fin dentro il portone del palazzo chi cercava di scappare da quella parte. A quell’epoca abitavamo nella palazzina di via della Farnesina che è stata demolita, dove abitava anche Loredana Bertè.

  6. Rodolfo, la tua Mamma, il suo negozio con le storiche lavoranti, sono stati uno dei “salotti” del quartiere come del resto quasi tutti gli altri negozi perche un tempo, a parte rare eccezioni, stare al commercio era un modo di vivere, era un aprirsi agli altri, era un “servizio,” era far coincidere sempre la soddisfazione del cliente con il corrispettivo economico. I comizi? si che li ricordo e ricordo anche tutte le volte che si dovevano abbassare le saracinesche perche venivano giu i ragazzi del MSI di Vigna Clara che facevano a botte con quelli de PCI di Ponte Milvio. Era diversa la vita..eravamo diversi noi..

  7. Signora Silvana, allora penso che ricordi anche lei l’ambulatorio medico che all’inizio degli anni cinquanta si trovava all’angolo del palazzo che si affaccia anche su Largo Maresciallo Diaz, dove c’era il chiosco della grattachecca. Mia madre mi ci ha dovuto portare per farmi togliere per ben tre volte le tonsille, operazione che a quell’epoca costituiva una vera e propria tortura. Mi hanno messo addosso ogni volta un grande camice bianco ed infilato in bocca una pinza che mi costringeva a tenerla aperta, per consentire al medico di asportarmi da sveglio le tonsille, mentre due persone robuste mi tenevano immobilizzato afferrandomi uno per lato le braccia. Nell’ultima di queste volte, mentre mi avevano messo seduto in sala d’attesa ancora sanguinante in bocca, è venuto il dottore a far vedere a mia madre le mie tonsille asportate che teneva in mano su una garza

    • Una “tortura” che credo lasci il segno in un bambino..ma allora non si stava molto attenti al lato psicologico per certe questioni.Ero piccola..ma lo ricordo l’ambulatorio.Abitavo a Largo Maresciallo Diaz e dall’angolo del mio balcone potevo vedere chi entrava ed usciva.Era una specie di guardia medica pronto soccorso ambulatorio.E io mi ricordo anche di te,Rodolfo ;).Buonaserata e grazie per i ricordi

    • ciao Silvia, ho chiesto a mia madre novantenne ma pur ricordando un Pistolese, non ricorda il suo particolare nome. Vero che magari alla sua veneranda età, qualche ricordo si perde nella memoria ma mi ha detto che lei non lo ricorda. Io invece, essendo piu giovane,di fiumaroli ricordo solo un biondo Tarzan che però non era di Ponte Milvio ma aveva il barcone ormeggiato sul lungotevere. Buona giornata

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